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Chi sono: un cammino tra musica, silenzio e risveglio

Tutto è cominciato con un suono — che come un tamburo scandiva il ritmo del battito del mio cuore — e con un pensiero: “chi sono?”. Era una domanda che non smetteva di risuonare.

Fin da ragazzo sono stato attratto dalle arti e dalle discipline orientali: il judo, la musica, la danza, la recitazione. A diciotto anni mi sono dedicato completamente alla batteria e alle percussioni, e nel gennaio del 1974 sono partito per Londra con il sogno di diventare musicista. Fu lì, in quella città viva e cosmopolita, che incontrai la musica indiana e iniziai lo studio delle tabla — lo strumento classico a percussione che avrebbe cambiato la direzione della mia vita.

Quel suono antico mi aprì a qualcosa di più profondo: la spiritualità millenaria dell’India, la meditazione, il Buddhismo. Compresi che la mia ricerca non era solo artistica. Era interiore.

Viaggio in Inghilterra.

Diciotto anni di vita monastica: dalle foreste della Thailandia al cuore dell’Italia

Nel 1977, a ventidue anni, tornai in Gran Bretagna con una sola intenzione: farmi monaco. All’Oaken Holt Buddhist Centre, vicino a Oxford, incontrai Ajahn Sumedho — maestro straordinario, punto di riferimento della tradizione Theravāda in Occidente — che mi accolse come suo discepolo.
Il giorno del Vesak 1978 fui ordinato novizio. Il 27 ottobre 1979, su un’imbarcazione sul Tamigi, ricevetti la piena ordinazione monastica (upasampada), diventando il primo monaco occidentale del lignaggio di Ajahn Chah ordinato in Inghilterra. Mi fu dato il nome iniziatico Thanavaro — in pāli: “Eccellente fondamento”“Colui che dimora in un luogo nobile”. Un nome che porto ancora oggi, non come titolo, ma come orientamento.

Ordinazione da novizio.

Nei diciotto anni successivi vissi e praticai in monasteri in Gran Bretagna, Svizzera, Nuova Zelanda, Thailandia, Birmania, India e Sri Lanka. Ricevetti insegnamenti da maestri come Ajahn Chah, Ajahn Sucitto, Ajahn Viradhammo, Ajahn Amaro, il Venerabile Buddhadasa, il XIV Dalai Lama, il XVI Karmapa, Namkhai Norbu Rinpoche e Jiddu Krishnamurti.

Nel 1989, dopo un decennio di formazione rigorosa, mi fu riconosciuta la qualifica di Ajahn — Maestro. Nel marzo del 1990 rientrai in Italia per fondare il Santacittarama — “Il giardino del cuore sereno” — a Sezze, in provincia di Latina: il primo monastero di Buddhismo Theravāda in Italia. Fui abate per sei anni di intenso lavoro, costruendo una realtà che ancora oggi è viva e in espansione.

Il ritorno alla vita laicale: libertà, non rottura

L’8 marzo 1996, dopo diciotto anni di abito monastico, restituii i voti. Non fu una resa. Fu un ascolto.

Ritorno alla vita da laico nel 1996.

Quando nel profondo del cuore sentii che non mi riconoscevo più in quella forma con la stessa intensità, comunicai la mia decisione ad Ajahn Sumedho e ai miei confratelli. Era una scelta dolorosa per tutti, ma ero irremovibile. Tengo a dirlo con chiarezza: lasciare il monastero non ha significato lasciare il Dhamma. Si è trattato di una nuova fase, nata da una rinnovata creatività e da una visione più ampia della vita.

In quel periodo feci un sogno che ancora ricordo. Uno dei miei maestri, in mezzo ad altri discepoli, si spogliava completamente, si sollevava in aria e cominciava a danzare. Poi svaniva. Mi svegliai con una sensazione di enorme felicità e libertà. Quello stato era la pura presenza, la chiara luce. Il Buddha non ci chiede di coprirci — ci chiede di spogliarci.

Mi resi conto che la società italiana — e più in generale quella europea — non desidera una conversione al Buddhismo. Quello che cerca è qualcosa di più vicino: una pratica concreta, una guida umana, un incontro autentico con sé stessi.

Oggi: insegnare senza protezione, trasmettere senza imposizioni

Oggi con MeditiAmo.

Da quasi trent’anni lavoro come maestro di meditazione, guida e amico spirituale — senza protezione istituzionale, senza l’aura del “venerabile”, senza sussidi. Tengo conferenze, seminari e ritiri di meditazione samatha-vipassanā in tutta Italia, portando un approccio che tiene conto delle radici culturali europee e delle difficoltà reali della vita contemporanea.

La mia prospettiva è olistica: riconosco nella tradizione Theravāda le mie radici profonde, ma sono aperto al dialogo tra le diverse tradizioni spirituali. Ho ricevuto, nel settembre del 1995, la trasmissione dei precetti di bodhisattva al monastero Mahāyāna dei Diecimila Buddha, in California, e il nome cinese Heng Ben (恒本) — “Costante nelle radici”“Fedeltà all’origine”. Un nome che risuona con Thanavaro: entrambi parlano di stabilità, coerenza, connessione a ciò che è essenziale.

Come dissi una volta ad Ajahn Sumedho: in Italia non abbiamo bisogno di un’altra chiesa. Abbiamo bisogno di persone disposte a guardarsi dentro.

Il Buddhismo, vissuto con onestà e senza imposizioni culturali, ha ancora molto da offrire. Un viaggio di mille miglia comincia da un primo passo. Ma quel passo va compiuto con equilibrio, determinazione, altruismo, umiltà e saggezza — con fede e fiducia, infinita pazienza, infinita compassione, e, soprattutto, amore per la possibilità del pieno Risveglio.

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