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In ricordo di Ghesce Ciampa Ghiatso: un incontro da cuore a cuore

Lasciai l’Italia per l’Inghilterra il 30 settembre del 1977, quarantanove anni fa. Ero alla ricerca di un maestro di meditazione e di un monastero dove poter diventare monaco buddhista.

La mia ricerca spirituale divenne più urgente dopo la sera del 6 maggio 1976, in seguito al devastante terremoto del Friuli, che causò la morte di 989 persone. Quell’esperienza mi mise di fronte, con una forza nuova, alla fragilità dell’esistenza e all’urgenza di trovare una via capace di attraversare la sofferenza con consapevolezza.

A quell’epoca non sapevo nulla dell’Istituto Lama Tzong Khapa, fondato nel 1976 a Milano da un gruppo di studenti italiani per iniziativa dei maestri tibetani Lama Thubten Yeshe e Lama Thubten Zopa Rinpoche, e trasferito nel 1977 nella sua attuale sede di Pomaia, in Toscana.

Il viaggio verso la vita monastica

Per una serie di coincidenze, una settimana dopo essere arrivato a Londra incontrai Ajahn Sumedho, rinomato maestro e monaco buddhista della Tradizione della Foresta Theravada. Fin dal primo incontro lo riconobbi come il mio maestro radice.

Gli dissi che desideravo diventare monaco e lui mi rispose che avrei dovuto anzitutto iniziare a meditare. Mi accolse come suo discepolo e, nell’ottobre del 1977, all’Hampstead Vihara di Londra, fui ordinato anagarika, termine che significa “senza dimora”.

Nel giorno del Vesak del 1978 ricevetti l’ordinazione da samanera, equivalente al getsul nella tradizione del buddhismo tibetano. Entrai poi pienamente nel Sangha Theravada come bhikkhu, monaco mendicante, ricevendo l’ordinazione corrispondente a quella di gelong nella tradizione tibetana.

La cerimonia si svolse a Londra il 27 ottobre del 1979, su un’imbarcazione sul Tamigi. Divenni così il primo monaco occidentale del lignaggio del venerabile Ajahn Chah ordinato in Inghilterra.

In quell’occasione ricevetti il nome iniziatico che ancora oggi mantengo e onoro: Thanavaro, “Fondazione eccellente”.

Il ritorno in Italia e l’arrivo a Pomaia

Rientrai in Italia nel dicembre del 1980 per fare visita ai miei genitori. In seguito al terremoto del Friuli del 1976 si erano trasferiti nel paese natale di mia madre, in provincia di Matera, e si trovarono così a rivivere ancora una volta il dramma del terremoto che il 23 novembre 1980 aveva colpito l’Irpinia e la Basilicata.

Prima di raggiungerli e trascorrere con loro le festività natalizie, decisi di visitare l’Istituto Lama Tzong Khapa di Pomaia.

Ne avevo sentito parlare da un monaco italiano ordinato nella scuola Gelug del buddhismo tibetano, incontrato all’Istituto Manjushri in Inghilterra durante un ritiro di un mese dedicato alla pratica di Chenrezig, il Buddha della compassione.

Quella pratica aveva risvegliato in me ricordi antichi e una profonda familiarità con gli insegnamenti della tradizione Mahayana e Vajrayana. Da allora ho sentito una connessione così intima con questa tradizione da essere solito dire: “Il mio cuore batte tibetano”.

Arrivai a Pomaia in una mattina luminosissima, dopo un viaggio in corriera attraverso le ridenti colline del comune di Santa Luce.

Dopo la notte trascorsa all’Istituto, mi fu offerta la preziosa opportunità di incontrare i lama residenti, Ghesce Ciampa Ghiatso e Ghesce Yesce Tobden, nella piccola casa in cui alloggiavano.

Il primo incontro con Ghesce Ciampa Ghiatso

La piccola casa di pietra e mattoni dei lama, allora come oggi, era circondata da un giardino e dagli alberi. Si trovava in un angolo quieto dell’Istituto, dove il tempo sembrava sospeso.

Ricordo il silenzio e la luce di quella mattina. All’interno c’erano pochi arredi essenziali: un tappeto, alcuni cuscini per la meditazione, un piccolo altare con delle statue, alcuni thangka con immagini sacre, l’incenso e una lampada che irradiava una luce costante.

Ogni oggetto sembrava scelto non per distrarre, ma per sostenere la presenza.

I due lama mi accolsero con occhi tranquilli. Resi loro omaggio e, in segno di dono, consegnai a Ghesce Yesce Tobden, che avevo intuito essere il lama più anziano, una scatoletta di tè.

Mi presentai brevemente e rimasi in ascolto. Entrambi parlarono poco, ma ogni loro gesto era una piccola medicina: un inchino, un silenzio, un sorriso capace di aprire una porta interiore.

Mi sentii attraversato da un’onda crescente d’amore che trasmetteva pace.

Il suono delle loro voci, la vibrazione e la presenza liberarono la mia mente dai pensieri e dalle afflizioni, portando chiarezza come una lucerna accesa in una stanza d’inverno.

Quel momento non fu segnato dalle parole di un sermone, ma da una vera e propria trasmissione da cuore a cuore: un invito a dimorare nella pace interiore, a fidarsi della semplicità e ad ascoltarsi in profondità.

Ascoltare prima di parlare. Respirare prima di agire. Lasciare che la presenza diventi essa stessa insegnamento.

Lasciai la stanza e la casa con la sensazione di aver incontrato una luce nel buio. Il suono delle loro voci, la delicatezza delle espressioni, l’odore penetrante dell’incenso di erbe curative himalayane e la luce che filtrava dalle finestre erano come la promessa di un ritorno a casa.

Ogni oggetto — la stuoia, l’altare modesto, la lampada sempre accesa — è rimasto nella mia memoria come parte di quel dono.

La loro presenza e la forza dell’amore e della saggezza che percepii allora costituiscono un patrimonio che porto ancora dentro di me, nel cuore.

L’incontro con i due lama fu come riconnettermi a un lignaggio, risalire alle radici di una comune appartenenza all’antica Terra delle Nevi, il Tibet, e, ancora più in profondità, ai Tre Gioielli: il Buddha, il Dharma e il Sangha.

Riaccese in me la convinzione di aver ritrovato la vera casa.

Il ritorno all’Istituto Lama Tzong Khapa

Proseguii il mio viaggio portando con me non una verità definitiva, ma un orientamento gentile.

Per molto tempo non ebbi altre occasioni di incontrare né Ghesce Ciampa Ghiatso né Ghesce Yesce Tobden, perché, dopo avere fatto visita ai miei genitori, rientrai in Inghilterra.

Soltanto nella primavera del 1990, dopo dodici anni vissuti all’estero in diversi monasteri Theravada, tornai in Italia per fondare il monastero Santacittarama.

Da lì a poco ritornai all’Istituto Lama Tzong Khapa per guidare, insieme a Corrado Pensa, un ritiro di vipassana della durata di dieci giorni.

Fu l’inizio di una felice collaborazione, che dura ancora oggi, e che mi permise di incontrare regolarmente Geshe-la, come veniva affettuosamente chiamato Ghesce Ciampa Ghiatso.

Lo incontrai in diverse occasioni formali, come durante le visite di Sua Santità il Dalai Lama all’Istituto, e in altri momenti più semplici e informali.

Talvolta mi era possibile avvicinarlo con discrezione e rispetto mentre camminava nel giardino vicino alla sua residenza. Accadde anche poche settimane prima della sua dipartita, quando sapevo che aveva già ridotto gli incontri e gli insegnamenti per motivi di salute.

Benché fosse malato, si mostrò disponibile e sorridente.

In quell’occasione gli raccontai delle difficoltà vissute nel lasciare i voti monastici e del mio impegno a continuare a praticare e insegnare il Dharma da laico.

Gli parlai di quanto potesse essere difficile proseguire il cammino fuori dalla protezione della vita monastica. Lui mi incoraggiò ad andare avanti con saggezza, fede e fiducia, nella consapevolezza che tutto cambia e che saper vivere è saper cambiare.

La dipartita e l’ultimo incontro nel sogno

Venni a conoscenza della morte di Geshe-la, avvenuta il 27 novembre 2007, attraverso un messaggio inviatomi sul cellulare da una sua discepola.

Ne rimasi profondamente colpito. Mi trovavo in treno e questo mi diede la chiara sensazione che la vita, così come la morte, faccia parte del viaggio.

Qualche giorno dopo la sua dipartita mi fu detto che, finché il suo corpo fosse rimasto in assorbimento meditativo, nello stato chiamato tukdam, senza presentare segni di decomposizione fisica, avremmo potuto fargli visita e rendergli omaggio.

Fui particolarmente felice di questa possibilità e mi organizzai per raggiungere quanto prima l’Istituto Lama Tzong Khapa. Speravo di poter entrare nuovamente nella casa in cui lo avevo conosciuto molti anni prima.

Purtroppo, a causa di uno sciopero ferroviario, arrivai alla stazione di Rosignano soltanto alle 21, quando l’orario consentito per le visite era ormai terminato.

Quella notte chiesi ospitalità a Giuseppe Giovanni, un mio caro amico e ricercatore spirituale che aveva fondato l’Eremo dei Sette Soli, Oratorio dello Spirito Puro dell’Universo, dall’altra parte della collina.

Mi addormentai con il rammarico di non aver potuto salutare per l’ultima volta Geshe-la.

Durante la notte feci un sogno.

Ghesce Ciampa Ghiatso apparve proprio come lo ricordavo: sorridente, colmo di gentilezza amorevole, una vera onda d’amore.

Fui felicemente sorpreso nel vederlo avvolto da un’aura di energia vibrante ed espansiva. Quell’energia riempì tutta la mia mente, fino a farmi percepire un’esplosione di felicità all’altezza del cuore.

Mi svegliai con una gioia profonda. Era stato un sogno, eppure la presenza del lama era apparsa tangibile, reale, di straordinaria bellezza ed energia.

L’incontro con il cuore del maestro era avvenuto e mi sentivo finalmente liberato dal dispiacere legato alla sua dipartita.

Tra i suoi insegnamenti, quello del Sutra del Cuore continua ad accompagnarmi ancora oggi. Con esso vive in me la consapevolezza, trasmessa da Geshe-la parlando della vacuità, che i nostri componenti psicofisici e i nostri aggregati non possiedono un’esistenza separata, autonoma e indipendente.

Neppure la nostra identità, ciò che siamo soliti chiamare “io”, esiste in modo indipendente, immutabile e intrinseco.

Ghesce Ciampa Ghiatso rimase per circa una settimana nel corpo in assorbimento meditativo, senza mostrare segni di decomposizione fisica. In seguito il corpo fu cremato nell’area dell’Istituto Lama Tzong Khapa con una tradizionale cerimonia tibetana, in occasione della commemorazione annuale di Lama Tzong Khapa.

La vita di Ghesce Ciampa Ghiatso

Ghesce Ciampa Ghiatso, conosciuto anche nelle grafie Gyatso o Ghiatzo e affettuosamente chiamato “Ghesce-la” dai suoi discepoli, nacque in Tibet nel 1931 da una famiglia nomade di ceto medio, in una zona chiamata Dham, vicino a Lhasa.

Ricevette ancora ragazzo i voti di aspirazione monastica, ma rimase con la famiglia fino all’età di tredici anni.

Quando entrò a studiare all’Università Monastica di Sera Je, fece presto amicizia con un altro giovane monaco di nome Thubten Yeshe, destinato a diventare Lama Yeshe, fondatore con Lama Zopa Rinpoche della Foundation for the Preservation of the Mahayana Tradition.

In seguito all’invasione cinese del Tibet, nel 1959 fuggì in India. Nel campo profughi di Buxa Duar riprese e approfondì lo studio dei testi canonici.

Proseguì successivamente la propria formazione nella neonata Università di Studi Sanscriti di Varanasi, l’antica Benares, e infine presso il Collegio Tantrico Inferiore.

Nel 1972 conseguì il più alto livello di Ghesce Lharampa, quindi il diploma di Acharya, Maestro, e il titolo tantrico di Ngagrimpa.

Negli anni successivi partecipò a diversi progetti di studio e ricerca dedicati alla filosofia buddhista. Fu allora che ricevette una lettera dal suo vecchio amico Lama Yeshe, che lo invitava a recarsi in Europa per insegnare.

Nel 1980, dopo un periodo dedicato all’insegnamento agli occidentali confluiti nel monastero di Kopan, in Nepal, arrivò all’Istituto Lama Tzong Khapa.

Rimase a Pomaia come maestro residente per ventisette anni, fino alla sua morte, avvenuta nel novembre del 2007.

Un maestro di compassione e sapienza

Durante la sua permanenza in Italia, Geshe-la tenne un numero vastissimo di corsi di differente durata, sia all’Istituto Lama Tzong Khapa sia in numerosi centri FPMT in Italia, Spagna, Francia e Inghilterra.

In Italia accettò moltissimi inviti a tenere conferenze in centri appartenenti anche a tradizioni diverse da quella buddhista e presso numerose associazioni culturali. Ricevette inoltre in colloquio privato un grandissimo numero di persone.

Il suo amore, la sua compassione intelligente e la sua sapienza conquistavano i cuori ovunque andasse. Molte persone iniziarono il proprio percorso spirituale grazie alla sua guida amorevole.

Accanto a questa intensa attività di insegnamento, dal 1983 al 1987 completò il commentario esteso di tre importanti trattati buddhisti: l’Abhisamayalankara, il Madhyamakavatara e l’Abhidharmakosha.

Spiegò inoltre altri testi fondamentali della filosofia e della psicologia buddhista, che costituirono il corpo di studio e meditazione del nascente programma destinato alla formazione di ghesce e maestri istruttori.

Dal 1988 al 2004 insegnò tutti i trattati e i testi del primo Masters Program residenziale della FPMT.

Dal 2005 al 2007, con Ghesce Tenzin Tenphel come insegnante assistente, spiegò le materie del primo Basic Program residenziale della FPMT.

Geshe-la fu anche abate del monastero maschile di Nalanda, in Francia, che visitava periodicamente, del monastero maschile Takden Shedrup Dhargye Ling e del convento femminile Shenpen Samten Ling, entrambi ospitati provvisoriamente presso l’Istituto.

La sua straordinaria erudizione non diventava mai distanza. Sapeva essere spontaneo, umile, generoso e accogliente. La sua risata aveva una qualità liberatoria e nasceva da una conoscenza profonda dell’animo umano.

Il suo insegnamento non passava soltanto attraverso le parole, ma attraverso il modo in cui guardava, ascoltava, sorrideva e accoglieva ogni persona.

La gratitudine e il ritorno di Tsering Dorje

Torno regolarmente all’Istituto Lama Tzong Khapa per condurre incontri di meditazione e, a distanza di tanti anni, la casa dei lama resta uno dei luoghi che custodisco più profondamente nel cuore.

Sento una grande gratitudine per tutto ciò che Ghesce Ciampa Ghiatso, durante i ventisette anni della sua permanenza all’Istituto come maestro residente e abate, ci ha trasmesso attraverso i suoi insegnamenti e le sue qualità.

Ricordo la sua amorevole gentilezza e la sua compassione, l’instancabile dedizione all’insegnamento, la felicità liberatoria della sua risata, la conoscenza profonda dell’animo umano, la straordinaria erudizione e, al tempo stesso, la capacità di essere spontaneo, umile, generoso e accogliente.

Queste qualità continuano a trasmettermi serenità, un profondo senso di pace e una rinnovata fiducia nella pratica del Buddha Dharma.

Ho accolto con grande gioia la notizia che il 28 marzo 2025 è stata consegnata al giovane monaco Tsering Dorje, allora undicenne, una lettera di Sua Santità il Dalai Lama nella quale veniva riconosciuto come reincarnazione di Ghesce Ciampa Ghiatso.

In quel gesto ho sentito riaprirsi il mistero della continuità: una vita si conclude, l’insegnamento rimane e una nuova presenza appare nel mondo.

Non si tratta soltanto di ricordare il passato, ma di riconoscere che la compassione e la saggezza possono continuare a manifestarsi assumendo forme nuove.

Il grande mistero della vita continua.

Lunga vita a Tsering Dorje!

Mario Thanavaro

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