Quale è la differenza tra un percorso laico ed uno religioso?
Mario Thanavaro: Penso che secondo il modo usuale di interpretare la religione sia effettivamente il caso di parlare di differenze giacché ce ne possono essere anche molte, tutte riconducibili a diverse percezioni e concezioni del mondo e della condizione umana. Infatti religiosi e laici danno solitamente risposte diverse e non di rado contrapposte su domande concernenti il significato dell’esistenza, a cominciare da quelle che riguardano l’origine del mondo (è frutto del caso o è stato creato? È fine a se stesso o tende ad uno scopo?), fino a quelle concernenti l’esistenza o meno di una via di salvezza o di liberazione. Tuttavia questa contrapposizione in realtà deriva dal fatto che noi abbiamo messo la spiritualità da una parte ed il mondo dall’altra, abbiamo letteralmente creato i due poli opposti dello schieramento che, a questo punto, possono solo confliggere: il mondo contro la spiritualità o, viceversa, la spiritualità contro il mondo. Occorre dire che questa scissione fra mondo e spirito non nasce dal nulla, è la conseguenza inevitabile della stessa condizione umana, segnata da quello che il Buddha chiama dukkha, la sofferenza e l’insoddisfazione esistenziale. Feriti sin dalla nascita dalla nostra condizione finita e mortale bramiamo di trascenderla, di attingere ad uno stato affrancato dalla sofferenza e dall’angoscia. Da sempre le religioni hanno prospettato un aldilà nel quale avrebbero finalmente termine le nostre pene, svalutando il mondo come luogo della sofferenza; di converso e per reazione, coloro che hanno abbandonata la speranza religiosa in un aldilà salvifico hanno cercato di realizzare il Paradiso sulla Terra, negando cittadinanza all’anelito al trascendimento di sé sito nel cuore di tutte le religioni. Ora, il messaggio di liberazione del Buddha rivela che entrambi questi atteggiamenti sono nello stesso tempo legittimi e parziali. Infatti la prospettiva cambia radicalmente se ci poniamo su un piano strettamente pragmatico, ossia se interpretiamo la religione come un modo per sconfiggere l’angoscia di sentirsi vulnerabili e separati dal mondo, per riconciliarci con esso scoprendo la natura interamente mentale di quella contrapposizione. Per esempio, nel cammino iniziatico il grande ruolo che vi svolge la tentazione riguarda proprio il fatto che essa in ultima analisi ci pone di fronte al dilemma esistenziale di sentirsi sospesi fra il desiderio di unità con il mondo e la paura che questo significhi esserne fagocitati, ossia di perdere la propria individualità. In virtù di ciò, la tensione che la persona religiosa avverte al proprio interno nei confronti del mondo può diventare una vera e propria porta iniziatica per il risveglio di una consapevolezza che si ponga al di là del dualismo spirito/mondo: riconoscendo il mondo per quello che è si può trascendere il conflitto interiore ricongiungendo questi due poli, scoprendo così la propria fondamentale libertà che coincide con la consapevolezza che, come afferma Gesù nel Vangelo di Giovanni, siamo nel mondo ma non siamo del mondo (“Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo” – Gv 17:16-18). Ebbene, questa prospettiva può essere fatta propria serenamente anche dal laico in quanto da questo punto di vista il mondo non è qualcosa che deve essere negato per accedere alla liberazione, al contrario, dev’essere abbracciato e compreso nella sua interezza, senza fughe in un aldilà comunque inteso, perché l’essere nel mondo e non del mondo non è altro che un nuovo atteggiamento nei confronti del mondo stesso. Indubbiamente le tradizioni religiose hanno il pregio di aver testimoniato, grazie alla vita di tanti praticanti, risvegliati e santi, l’efficacia delle loro dottrine o comunque di essere in grado di fornire dei riferimenti di fede, di proporre rituali o pratiche sulle quali i fedeli possono fondare le loro speranze o comunque costruire e accrescere la loro motivazione nell’affrontare le difficoltà della vita. Tuttavia l’aderire per fede ad una religione ed alle pratiche da essa proposte richiederà un atteggiamento di costante vigilanza al fine che non diventino strumenti per difendersi dal mondo. In questo contesto è necessario coltivare anche un continuo dialogo e confronto con se stessi. La riflessione e la meditazione, tanto in ambito religioso quanto laico, sono validi strumenti per accedere alla conoscenza di sé. Ritengo inoltre che questo cammino di crescita personale ed il risveglio di una maggiore consapevolezza di sé si possa avvalere anche di adeguate psicoterapie, anche se in ambito religioso l’obiettivo non è solo il superamento delle proprie nevrosi o il miglioramento della propria condizione esistenziale in quanto l’aderire in coscienza ad una religione presuppone ritenere essenziali delle domande di carattere escatologico, ossia quelle che riguardano l’origine e l’essenza di ogni sofferenza e di ogni perché. Io sono tuttavia convinto che ciascuno debba partire da dove si trova, qui ed ora, per cui è importante riconoscere quale sia il nostro atteggiamento di fondo, che esso sia di natura religiosa o laica, e partire da quello. In questo modo, approfondendolo e conoscendolo intimamente, non saremo più spirituali contro il mondo o laici contro la spiritualità e, riconciliandoci con quello che siamo, potremo scoprire annidato in noi l’altro polo, quello contro il quale prima ci ponevamo per definirci. Quindi, aldilà dei riferimenti di fede, è attraverso il nostro sentire che possiamo valutare attentamente se optare per una scelta laica o religiosa. A mio avviso non basta la vocazione o la forza attrattiva di una determinata comunità religiosa per essere spirituali. Non c’è alcun dubbio che la fede in una via di liberazione e la presenza di una comunità di persone incamminate sulla medesima via costituiscono un sostegno essenziale per intraprendere l’arduo percorso della conoscenza di sé. Per esempio, nel caso del Buddhismo si prende rifugio nel Buddha, nel Dhamma (la dottrina da lui insegnata) e nel Sangha (la comunità dei monaci e dei praticanti), i quali sono presenti sia come riferimenti storici, secondo le varie tradizioni buddhiste, sia come aspirazioni. Tuttavia non basta la loro presenza nell’immaginario del devoto, devono diventare un’esperienza diretta altrimenti si sono solo idealizzati, facendoli divenire il punto di riferimento di quello che si ritiene di dover realizzare. In altri termini, non si tratta di emulare il Buddha, di conoscere e praticare la sua dottrina e di far parte di una comunità bensì, attraverso le esperienze reali della nostra vita, di giungere alla comprensione di come tutto ciò sia già in noi e preme per manifestarsi. Ed è grazie a questa comprensione che nasce dall’accoglienza di sé come si è che li realizziamo pienamente. Allora iniziamo ad operare dalla prospettiva dell’illuminato, di colui o colei che è in armonia con se stesso/a e che di conseguenza vive nel mondo in pace e con un sentimento di apertura, di amore incondizionato.





