Il 7 ottobre 2025 ci ha lasciati Giangiorgio Pasqualotto, filosofo, studioso del pensiero orientale e — prima ancora — un amico sincero, con cui ho condiviso anni di riflessione, dialogo e impegno comune. Tornare a queste pagine per ricordarlo è un gesto che sento doveroso, e che nasce da un legame che il tempo non ha mai scalfito.
Un incontro che diventa amicizia
Ho incontrato Giangiorgio all’interno delle attività della Fondazione Maitreya, sia a Venezia che a Roma. Era uno di quegli incontri che la vita porta con sé come doni imprevisti. Nel tempo, la nostra relazione è andata ben oltre i confini istituzionali: è diventata amicizia, stima reciproca, accompagnamento silenzioso lungo una via comune.
Fu anche mio predecessore come vicepresidente della Fondazione Maitreya: raccogliere il suo testimone domenica 5 maggio 1996 fu per me un onore e, insieme, una responsabilità sentita. In lui avevo visto come si potesse portare la saggezza all’interno di una struttura senza mai perdere la libertà del pensiero.
Il doppio coraggio
In occasione della presentazione del mio libro Dalla sofferenza alla gioia, a Padova nel maggio del 2015, Giangiorgio disse di me qualcosa che non ho mai dimenticato. Riconobbe in me quello che chiamò un doppio coraggio, rarissimo non solo in Italia ma anche altrove.
Il primo atto di coraggio era stato quello di farsi monaco in un periodo in cui il buddhismo, dal punto di vista sociale e culturale, era ancora poco conosciuto nel nostro Paese. Disse che nella tradizione italiana i monaci che avevano accolto il Sangha, il Buddha e il Dharma — i tre gioielli del buddhismo — si contavano sulle dita di una mano, e che questa scelta aveva lasciato un’impronta profonda in tutti coloro che si erano avvicinati a questa via.
Il secondo atto di coraggio, a suo avviso ancora più forte, era stato quello di abbandonare quella forma di vita: non tanto lasciare la via spirituale, quanto rinunciare alla forma organizzativa e istituzionale in cui essa si era incarnata. Citò l’incipit del mio libro, dove scrivo che «l’appartenenza a un credo religioso — induista, buddhista, ebraico, cristiano, islamico o altro — non protegge automaticamente dalla rigidità e dalla chiusura verso il prossimo, ma diventa spesso una semplice compensazione delle nostre mancanze interiori.»
Giangiorgio capì, meglio di molti, che una scelta spirituale autentica non si misura dalla sua durata istituzionale, ma dalla sua fedeltà interiore. E aggiunse qualcosa che mi commosse: quella doppia scelta — l’entrata e l’uscita — era già di per sé un insegnamento profondamente buddhista, dato non a parole, ma con la vita.
La sofferenza, il distacco e la gioia
Come era nel suo stile, però, Giangiorgio non si accontentò di elogiare. Pose anche una domanda, da quello che lui stesso chiamò “avvocato del diavolo”: «Nel buddhismo la sofferenza ha una posizione centrale. Ma centrare tutta la vita sulla sofferenza non rischia di produrre altra sofferenza? Perché non accettare la sofferenza, semplicemente, come parte della vita?» Era il tipo di interlocutore che non si accontentava di annuire, che sapeva mettere alla prova le idee con rispetto e acume.
Gli risposi allora, e lo ripeto oggi con ancora maggiore convinzione: identificare la vita — che è cambiamento e mutamento — con la sofferenza è fuorviante. Sarebbe più utile entrare in una consapevolezza del continuo cambiamento che è la vita stessa. In questa consapevolezza c’è la gioia: la gioia della scoperta, la gioia del riconoscere la vita come dono.
Parlammo spesso anche di distacco: uno degli strumenti fondamentali della via buddhista, spesso scambiato per indifferenza, come se fosse un modo per evitare di soffrire. Giangiorgio capiva bene che non è così. Il distacco non è una posizione passiva: è un’attività che richiede una forza notevole per non essere travolti. Era in grado di parlare di queste cose con la precisione del filosofo e con la partecipazione di chi le aveva davvero meditate.
La fratellanza e il senso del dono
Ci teneva molto, Giangiorgio, alla fratellanza: sentirsi parte di un unico corpo vivente. Quando nasce questo senso di unione, anche la difficoltà del vivere si attenua, perché si crea una partecipazione reciproca al dramma dell’altro, personale o collettivo. Credo che lui stesso incarnasse questo senso: era una presenza che allargava lo spazio interiore di chi gli stava accanto. Come studioso, aveva dedicato la vita a costruire ponti tra la filosofia occidentale e le tradizioni sapienziali d’Oriente.
Ma ciò che mi ha sempre colpito di lui non era soltanto la vastità del sapere, bensì la sua capacità di abitare le domande, di non accontentarsi delle risposte consolatorie, di restare in ascolto. Il mio ritorno al mondo è avvenuto alla luce di un rinnovato coraggio e di una rinnovata fiducia nella vita, che rimane dono, cambiamento e trasformazione. Parte di quella fiducia la devo anche all’amicizia con lui, che ha saputo riconoscere il mio cammino con occhi liberi e con il cuore aperto.
Grazie, caro Giangiorgio. L’amicizia, come dicevi tu stesso, è un legame che va al di là di tutte le “mutazioni genetiche”: tutti noi siamo in continua trasformazione, e tu continuerai a trasformarti in noi, in chi ti ha voluto bene e in chi ha imparato qualcosa camminando al tuo fianco.
Padova, 15 maggio 2015: una serata da non dimenticare
A completamento di questo ricordo, desidero condividere la trascrizione integrale della serata del 15 maggio 2015 al Centro Universitario di Padova, in via Zabarella, in occasione della presentazione del mio libro Dalla sofferenza alla gioia. Come guarire dal dolore del mondo.
Fu Giangiorgio stesso a dialogare con me quella sera, con la generosità intellettuale e la profondità di pensiero che lo contraddistinguevano. Rileggere le sue parole oggi — la sua riflessione sul doppio coraggio, sul distacco, sull’impermanenza e sulla bellezza dei fiori di ciliegio che cadono — è un’esperienza che muove qualcosa di profondo. Non erano parole accademiche: erano pensieri abitati, vissuti, offerti con la stessa cura con cui si offre un dono.
Accanto a lui, quella sera, c’era Cristina Zavloschi, che aveva organizzato l’evento con dedizione e affetto, e il mio caro amico di lunga data Paolo Avanzo, che al termine della presentazione accompagnò con il suo sitar la meditazione guidata — proprio come aveva fatto quarant’anni prima, quando io suonavo le tabla e lui il sitar, in quella stessa città.
La trascrizione che segue restituisce fedelmente lo spirito di quella serata: un dialogo vivo, aperto, dove la filosofia si mescolava all’esperienza personale, e la ricerca interiore trovava voce tanto nella parola quanto nel silenzio.
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