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	<title>Associazione Maha Bodhi</title>
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	<description>Il Buddhismo per la tua crescita interiore</description>
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	<title>Associazione Maha Bodhi</title>
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		<title>Chi sono: un cammino tra musica, silenzio e risveglio</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 12:27:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Tutto è cominciato con un suono — che come un tamburo scandiva il ritmo del battito del mio cuore — e con un pensiero: &#8220;chi sono?&#8221;. Era una domanda che non smetteva di risuonare. Fin da ragazzo sono stato attratto dalle arti e dalle discipline orientali: il judo, la musica, la danza, la recitazione. A diciotto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tutto è cominciato con un suono — che come un tamburo scandiva il ritmo del battito del mio cuore — e con un pensiero: &#8220;chi sono?&#8221;. Era una domanda che non smetteva di risuonare.</p>
<p>Fin da ragazzo sono stato attratto dalle arti e dalle discipline orientali: il judo, la musica, la danza, la recitazione. A diciotto anni mi sono dedicato completamente alla batteria e alle percussioni, e nel gennaio del 1974 sono partito per Londra con il sogno di diventare musicista. Fu lì, in quella città viva e cosmopolita, che incontrai la musica indiana e iniziai lo studio delle tabla — lo strumento classico a percussione che avrebbe cambiato la direzione della mia vita.</p>
<p>Quel suono antico mi aprì a qualcosa di più profondo: la spiritualità millenaria dell&#8217;India, la meditazione, il Buddhismo. Compresi che la mia ricerca non era solo artistica. Era interiore.</p>
<div id="attachment_893" style="width: 398px" class="wp-caption aligncenter"><img fetchpriority="high" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-893" class="wp-image-893 size-full" src="http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2026/04/mahabodhi-mario-thanavaro-01.jpeg" alt="" width="388" height="558" srcset="https://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2026/04/mahabodhi-mario-thanavaro-01.jpeg 388w, https://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2026/04/mahabodhi-mario-thanavaro-01-209x300.jpeg 209w" sizes="(max-width: 388px) 100vw, 388px" /><p id="caption-attachment-893" class="wp-caption-text">Viaggio in Inghilterra.</p></div>
<h2>Diciotto anni di vita monastica: dalle foreste della Thailandia al cuore dell&#8217;Italia</h2>
<div class="image-block">
<div class="image-placeholder">Nel 1977, a ventidue anni, tornai in Gran Bretagna con una sola intenzione: farmi monaco. All&#8217;Oaken Holt Buddhist Centre, vicino a Oxford, incontrai Ajahn Sumedho — maestro straordinario, punto di riferimento della tradizione Theravāda in Occidente — che mi accolse come suo discepolo.</div>
<div>Il giorno del Vesak 1978 fui ordinato novizio. Il 27 ottobre 1979, su un&#8217;imbarcazione sul Tamigi, ricevetti la piena ordinazione monastica (<em>upasampada</em>), diventando il primo monaco occidentale del lignaggio di Ajahn Chah ordinato in Inghilterra. Mi fu dato il nome iniziatico Thanavaro — in pāli: <em>&#8220;Eccellente fondamento&#8221;</em>, <em>&#8220;Colui che dimora in un luogo nobile&#8221;</em>. Un nome che porto ancora oggi, non come titolo, ma come orientamento.</p>
</div>
</div>
<div id="attachment_895" style="width: 1210px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-895" class="wp-image-895 size-full" src="http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2026/04/mahabodhi-mario-thanavaro-02.jpeg" alt="" width="1200" height="800" srcset="http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2026/04/mahabodhi-mario-thanavaro-02.jpeg 1200w, http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2026/04/mahabodhi-mario-thanavaro-02-980x653.jpeg 980w, http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2026/04/mahabodhi-mario-thanavaro-02-480x320.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1200px, 100vw" /><p id="caption-attachment-895" class="wp-caption-text">Ordinazione da novizio.</p></div>
<p>Nei diciotto anni successivi vissi e praticai in monasteri in Gran Bretagna, Svizzera, Nuova Zelanda, Thailandia, Birmania, India e Sri Lanka. Ricevetti insegnamenti da maestri come Ajahn Chah, Ajahn Sucitto, Ajahn Viradhammo, Ajahn Amaro, il Venerabile Buddhadasa, il XIV Dalai Lama, il XVI Karmapa, Namkhai Norbu Rinpoche e Jiddu Krishnamurti.</p>
<p>Nel 1989, dopo un decennio di formazione rigorosa, mi fu riconosciuta la qualifica di <em>Ajahn</em> — Maestro. Nel marzo del 1990 rientrai in Italia per fondare il Santacittarama — <em>&#8220;Il giardino del cuore sereno&#8221;</em> — a Sezze, in provincia di Latina: il primo monastero di Buddhismo Theravāda in Italia. Fui abate per sei anni di intenso lavoro, costruendo una realtà che ancora oggi è viva e in espansione.</p>
<h2>Il ritorno alla vita laicale: libertà, non rottura</h2>
<div class="image-block">
<div class="image-placeholder">L&#8217;8 marzo 1996, dopo diciotto anni di abito monastico, restituii i voti. Non fu una resa. Fu un ascolto.</div>
</div>
<div></div>
<div>
<div id="attachment_901" style="width: 955px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-901" class="size-full wp-image-901" src="http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2026/04/mahabodhi-mario-thanavaro-03.jpeg" alt="" width="945" height="1200" srcset="http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2026/04/mahabodhi-mario-thanavaro-03.jpeg 945w, http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2026/04/mahabodhi-mario-thanavaro-03-480x610.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 945px, 100vw" /><p id="caption-attachment-901" class="wp-caption-text">Ritorno alla vita da laico nel 1996.</p></div>
</div>
<p>Quando nel profondo del cuore sentii che non mi riconoscevo più in quella forma con la stessa intensità, comunicai la mia decisione ad Ajahn Sumedho e ai miei confratelli. Era una scelta dolorosa per tutti, ma ero irremovibile. Tengo a dirlo con chiarezza: lasciare il monastero non ha significato lasciare il Dhamma. Si è trattato di una nuova fase, nata da una rinnovata creatività e da una visione più ampia della vita.</p>
<p>In quel periodo feci un sogno che ancora ricordo. Uno dei miei maestri, in mezzo ad altri discepoli, si spogliava completamente, si sollevava in aria e cominciava a danzare. Poi svaniva. Mi svegliai con una sensazione di enorme felicità e libertà. Quello stato era la pura presenza, la chiara luce. Il Buddha non ci chiede di coprirci — ci chiede di spogliarci.</p>
<p>Mi resi conto che la società italiana — e più in generale quella europea — non desidera una conversione al Buddhismo. Quello che cerca è qualcosa di più vicino: una pratica concreta, una guida umana, un incontro autentico con sé stessi.</p>
<h2>Oggi: insegnare senza protezione, trasmettere senza imposizioni</h2>
<div class="image-block">
<div class="image-placeholder">
<div id="attachment_902" style="width: 610px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-902" class="size-full wp-image-902" src="http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2026/04/mahabodhi-mario-thanavaro-04.jpeg" alt="" width="600" height="513" srcset="http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2026/04/mahabodhi-mario-thanavaro-04.jpeg 600w, http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2026/04/mahabodhi-mario-thanavaro-04-480x410.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 600px, 100vw" /><p id="caption-attachment-902" class="wp-caption-text">Oggi con MeditiAmo.</p></div>
</div>
</div>
<p>Da quasi trent&#8217;anni lavoro come maestro di meditazione, guida e amico spirituale — senza protezione istituzionale, senza l&#8217;aura del &#8220;venerabile&#8221;, senza sussidi. Tengo conferenze, seminari e ritiri di meditazione samatha-vipassanā in tutta Italia, portando un approccio che tiene conto delle radici culturali europee e delle difficoltà reali della vita contemporanea.</p>
<p>La mia prospettiva è olistica: riconosco nella tradizione Theravāda le mie radici profonde, ma sono aperto al dialogo tra le diverse tradizioni spirituali. Ho ricevuto, nel settembre del 1995, la trasmissione dei precetti di bodhisattva al monastero Mahāyāna dei Diecimila Buddha, in California, e il nome cinese Heng Ben (恒本) — <em>&#8220;Costante nelle radici&#8221;</em>, <em>&#8220;Fedeltà all&#8217;origine&#8221;</em>. Un nome che risuona con Thanavaro: entrambi parlano di stabilità, coerenza, connessione a ciò che è essenziale.</p>
<p>Come dissi una volta ad Ajahn Sumedho: in Italia non abbiamo bisogno di un&#8217;altra chiesa. Abbiamo bisogno di persone disposte a guardarsi dentro.</p>
<p>Il Buddhismo, vissuto con onestà e senza imposizioni culturali, ha ancora molto da offrire. Un viaggio di mille miglia comincia da un primo passo. Ma quel passo va compiuto con equilibrio, determinazione, altruismo, umiltà e saggezza — con fede e fiducia, infinita pazienza, infinita compassione, e, soprattutto, amore per la possibilità del pieno Risveglio.</p>
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		<title>Sotto l&#8217;Albero della Bodhi: il luogo dove il mondo si svegliò</title>
		<link>https://mahabodhi.it/blog/sotto-lalbero-della-bodhi-il-luogo-dove-il-mondo-si-sveglio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[daniele]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 05:22:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;è un albero in India che ha visto nascere un mondo nuovo. Si trova a Bodhgaya, nel Bihar, e le sue foglie a forma di cuore tremolano anche quando l&#8217;aria sembra immobile. I suoi rami si distendono sopra un antico tempio di pietra come a volerlo abbracciare, come a ricordare che è lui, l&#8217;albero, la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è un albero in India che ha visto nascere un mondo nuovo.</p>
<p>Si trova a Bodhgaya, nel Bihar, e le sue foglie a forma di cuore tremolano anche quando l&#8217;aria sembra immobile. I suoi rami si distendono sopra un antico tempio di pietra come a volerlo abbracciare, come a ricordare che è lui, l&#8217;albero, la vera ragione per cui quel tempio esiste. Intorno, il mondo continua a muoversi — pellegrini che camminano in silenzio, campane che tintinnano lontane, il profumo dell&#8217;incenso che si mescola all&#8217;aria umida del Bihar. Ma sotto quei rami, il tempo sembra obbedire a leggi diverse.</p>
<p>È sotto un Ficus religiosa come questo — chiamato Peepal nelle lingue locali, Albero della Bodhi nella tradizione buddhista — che il principe Siddhartha Gautama si sedette per l&#8217;ultima volta come uomo ordinario. Era la notte della luna piena del mese di Vaisakha, oltre 2.500 anni fa. All&#8217;alba, ciò che si alzò da quel seggio non era più soltanto un uomo: era il Buddha, il Risvegliato. E il mondo, da quel momento, non sarebbe stato più lo stesso.</p>
<h2>Il seggio di diamante</h2>
<p>Al centro del complesso del Mahabodhi Temple, direttamente sotto i rami dell&#8217;albero, si trova una piattaforma di pietra arenaria rossa che i testi buddhisti chiamano <strong>Vajrasana</strong> — il Trono di Diamante. Una targa la identifica come <em>Bodhi Pallanka</em>, il Luogo dell&#8217;Illuminazione. Poche parole, per indicare il punto forse più significativo che l&#8217;umanità abbia mai conosciuto.</p>
<p>Il Vajrasana fu collocato lì dall&#8217;imperatore Ashoka nel III secolo a.C., poco più di duecento anni dopo la notte dell&#8217;illuminazione. Da allora non si è mosso. Ha attraversato invasioni, siccità, secoli di abbandono in cui il tempio fu inghiottito dalla vegetazione tropicale e dimenticato da tutti tranne dai contadini locali, che conservavano vaghe memorie della sua sacralità. Eppure è ancora lì, dove lo posero, orientato verso est, verso il sole che sorge.</p>
<p>La cosmologia buddhista insegna che questo è il <em>prithivi-nabhi</em> — l&#8217;ombelico della terra, l&#8217;unico punto abbastanza stabile nell&#8217;intero universo da sostenere il peso di un risveglio completo. I testi affermano che tutti i Buddha del passato raggiunsero l&#8217;illuminazione in questo identico luogo cosmico, e che tutti i Buddha del futuro vi siederanno. Il Vajrasana è l&#8217;unico punto di continuità assoluta attraverso l&#8217;impermanenza universale: mentre galassie nascono e muoiono, mentre sistemi solari si accendono e si spengono, il trono di diamante rimane immutabile. Che sia metafora o verità letterale, poco importa: chiunque abbia mai seduto in meditazione davanti al Vajrasana sa che quel luogo ha qualcosa di diverso. Una qualità del silenzio che non si trova altrove.</p>
<h2>Una notte, tre veglie</h2>
<p>Quella notte, Siddhartha non dormì.</p>
<p>Aveva digiunato per anni, studiato con i maestri più rinomati dell&#8217;India, praticato ogni forma di ascesi conosciuta fino a ridursi a pelle e ossa. Aveva capito, infine, che nessuna di quelle strade lo avrebbe portato dove voleva arrivare. Così si sedette sotto l&#8217;albero con una sola determinazione, ferma come la roccia sotto di lui: non alzarsi finché non avesse trovato la via d&#8217;uscita dalla sofferenza — per sé e per tutti gli esseri.</p>
<p>Prima dovette affrontare Mara, il signore delle illusioni, che tentò di scuoterlo con visioni terrificanti e promesse seducenti. Quando Mara sfidò il suo diritto a sedere in quel luogo sacro, Siddhartha toccò la terra con la mano destra, chiamando la Terra stessa a testimoniare le sue innumerevoli vite passate dedicate alla perfezione spirituale. La terra rispose. Mara si ritirò.</p>
<p>Nelle tre veglie della notte, la comprensione si dispiegò come un fiore che non aveva mai smesso di crescere. Nella prima, rivide tutte le sue vite precedenti scorrere come un fiume — ogni nascita, ogni morte, ogni momento di amore e di dolore attraverso eoni inimmaginabili. Nella seconda, comprese il funzionamento universale del karma: come le azioni generano conseguenze attraverso esistenze innumerevoli, come nessun essere è davvero separato dagli altri nella rete invisibile di causa ed effetto. Nella terza, le Quattro Nobili Verità si rivelarono nella loro semplicità assoluta e devastante: la sofferenza esiste, ha un&#8217;origine nell&#8217;attaccamento e nel desiderio, può cessare, ed esiste un sentiero che porta alla sua cessazione.</p>
<p>All&#8217;alba, mentre la stella del mattino appariva all&#8217;orizzonte orientale, Siddhartha Gautama divenne il Buddha.</p>
<p>Dissero che la terra tremò. Dissero che fiori celesti piovvero dal cielo. Dissero che tutte le creature dell&#8217;universo sentirono, per un istante, una pace che non sapevano spiegare.</p>
<h2>L&#8217;albero che muore e rinasce</h2>
<div id="attachment_888" style="width: 410px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-888" class="wp-image-888 size-full" src="http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2026/04/mahabodhi-tempio-bodhgaya-con-albero-della-bodhy-accanto.jpeg" alt="" width="400" height="581" srcset="https://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2026/04/mahabodhi-tempio-bodhgaya-con-albero-della-bodhy-accanto.jpeg 400w, https://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2026/04/mahabodhi-tempio-bodhgaya-con-albero-della-bodhy-accanto-207x300.jpeg 207w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /><p id="caption-attachment-888" class="wp-caption-text">Albero della Bodhi accanto al tempio Mahabodhi a Bodhgaya</p></div>
<p>L&#8217;Albero della Bodhi che si vede oggi non è quello originale. È stato distrutto più volte nel corso dei secoli — abbattuto per gelosia dalla moglie dell&#8217;imperatore Ashoka, bruciato durante le persecuzioni anti-buddhiste, sradicato dai nemici del Dharma che pensavano, distruggendo l&#8217;albero, di poter distruggere anche ciò che rappresentava. Eppure ogni volta è rinato. Come se la terra stessa si rifiutasse di dimenticare.</p>
<p>Nel III secolo a.C., la principessa Sanghamitta — figlia dell&#8217;imperatore Ashoka, monaca e messaggera del Dharma — portò un ramo dell&#8217;albero originale in Sri Lanka come dono al re Devanampiya Tissa. Quel ramo fu piantato ad Anuradhapura, l&#8217;antica capitale, dove cresce ancora oggi dopo più di 2.300 anni: è considerato l&#8217;albero piantato dall&#8217;uomo più antico del mondo con documentazione storica continua, venerato senza interruzione attraverso millenni di conquiste, colonizzazioni e rivoluzioni.</p>
<p>Quando l&#8217;albero di Bodhgaya deperì nel secolo scorso, furono le talee di Anuradhapura a restituirgli vita. Dall&#8217;India allo Sri Lanka nel III secolo a.C., dallo Sri Lanka di ritorno in India nel XX secolo. Il sangue vegetale dell&#8217;albero originale non si è mai interrotto davvero — ha semplicemente percorso un cammino più lungo del previsto.</p>
<p>C&#8217;è qualcosa di profondamente buddhista in questa storia: impermanenza e continuità insieme, morte e rinascita come facce della stessa realtà. L&#8217;albero insegna, anche senza parole, ciò che il Buddha insegnò con le parole.</p>
<h2>Sedersi dove sedette lui</h2>
<p>Ogni anno, pellegrini da tutto il mondo convergono a Bodhgaya. Tibetani in abiti bordeaux, monaci birmani in vesti arancioni, laici giapponesi in abiti grigi, praticanti occidentali in silenzio raccolto. Ognuno porta la propria tradizione, la propria lingua, la propria pratica — chi recita mantra, chi pratica prostrazioni complete toccando la terra con la fronte, chi siede immobile per ore in meditazione vipassana, chi circumambula l&#8217;albero con passo lento e consapevole. Eppure tutti si siedono rivolti verso lo stesso punto, mossi dalla stessa aspirazione invisibile che attraversa le culture e i secoli.</p>
<p>Il Ficus religiosa li guarda da sopra con le sue foglie a forma di cuore che non smettono mai di muoversi. Il fruscio che producono — quel suono continuo, leggero, come un respiro — i maestri lo hanno descritto per millenni come il sussurro del Dharma stesso. Botanicamente, le foglie tremolano perché il loro picciolo è lungo e flessibile, adattato a rispondere alla più piccola variazione d&#8217;aria. Spiritualmente, quel movimento costante richiama <em>anicca</em> — l&#8217;impermanenza, la natura transitoria di tutti i fenomeni. La mente che si calma nella meditazione e le foglie che tremano nel vento dicono la stessa cosa, con linguaggi diversi.</p>
<p>Meditare sotto l&#8217;Albero della Bodhi non è semplicemente visitare un luogo storico. È entrare in contatto con la possibilità vivente che quell&#8217;albero incarna da oltre due millenni: che il risveglio non è un privilegio di epoche remote o di esseri soprannaturali. È una potenzialità umana, reale, praticabile — dimostrata una volta per tutte, in quella notte, da un uomo che si sedette sotto un fico e non si alzò finché non ebbe trovato la verità che cercava.</p>
<p>Le foglie continuano a tremare. Il fruscio che producono sembra sempre lo stesso di 2.500 anni fa.</p>
<p>Forse perché lo è davvero.</p>
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		<title>Un amico del cammino: Giangiorgio Pasqualotto</title>
		<link>https://mahabodhi.it/blog/un-amico-del-cammino-giangiorgio-pasqualotto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[daniele]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 21:27:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 7 ottobre 2025 ci ha lasciati Giangiorgio Pasqualotto, filosofo, studioso del pensiero orientale e — prima ancora — un amico sincero, con cui ho condiviso anni di riflessione, dialogo e impegno comune. Tornare a queste pagine per ricordarlo è un gesto che sento doveroso, e che nasce da un legame che il tempo non [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 7 ottobre 2025 ci ha lasciati Giangiorgio Pasqualotto, filosofo, studioso del pensiero orientale e — prima ancora — un amico sincero, con cui ho condiviso anni di riflessione, dialogo e impegno comune. Tornare a queste pagine per ricordarlo è un gesto che sento doveroso, e che nasce da un legame che il tempo non ha mai scalfito.</p>
<h2>Un incontro che diventa amicizia</h2>
<p>Ho incontrato Giangiorgio all&#8217;interno delle attività della <strong>Fondazione Maitreya</strong>, sia a Venezia che a Roma. Era uno di quegli incontri che la vita porta con sé come doni imprevisti. Nel tempo, la nostra relazione è andata ben oltre i confini istituzionali: è diventata amicizia, stima reciproca, accompagnamento silenzioso lungo una via comune.</p>
<p>Fu anche mio predecessore come vicepresidente della Fondazione Maitreya: raccogliere il suo testimone domenica 5 maggio 1996 fu per me un onore e, insieme, una responsabilità sentita. In lui avevo visto come si potesse portare la saggezza all&#8217;interno di una struttura senza mai perdere la libertà del pensiero.</p>
<h2>Il doppio coraggio</h2>
<p>In occasione della presentazione del mio libro <em>Dalla sofferenza alla gioia</em>, a Padova nel maggio del 2015, Giangiorgio disse di me qualcosa che non ho mai dimenticato. Riconobbe in me quello che chiamò un <strong>doppio coraggio</strong>, rarissimo non solo in Italia ma anche altrove.</p>
<p>Il primo atto di coraggio era stato quello di farsi monaco in un periodo in cui il buddhismo, dal punto di vista sociale e culturale, era ancora poco conosciuto nel nostro Paese. Disse che nella tradizione italiana i monaci che avevano accolto il Sangha, il Buddha e il Dharma — i tre gioielli del buddhismo — si contavano sulle dita di una mano, e che questa scelta aveva lasciato un&#8217;impronta profonda in tutti coloro che si erano avvicinati a questa via.</p>
<p>Il secondo atto di coraggio, a suo avviso ancora più forte, era stato quello di <strong>abbandonare quella forma di vita</strong>: non tanto lasciare la via spirituale, quanto rinunciare alla forma organizzativa e istituzionale in cui essa si era incarnata. Citò l&#8217;incipit del mio libro, dove scrivo che «l&#8217;appartenenza a un credo religioso — induista, buddhista, ebraico, cristiano, islamico o altro — non protegge automaticamente dalla rigidità e dalla chiusura verso il prossimo, ma diventa spesso una semplice compensazione delle nostre mancanze interiori.»</p>
<p>Giangiorgio capì, meglio di molti, che una scelta spirituale autentica non si misura dalla sua durata istituzionale, ma dalla sua fedeltà interiore. E aggiunse qualcosa che mi commosse: quella doppia scelta — l&#8217;entrata e l&#8217;uscita — era già di per sé un insegnamento profondamente buddhista, dato non a parole, ma con la vita.</p>
<h2>La sofferenza, il distacco e la gioia</h2>
<p>Come era nel suo stile, però, Giangiorgio non si accontentò di elogiare. Pose anche una domanda, da quello che lui stesso chiamò &#8220;avvocato del diavolo&#8221;: <em>«Nel buddhismo la sofferenza ha una posizione centrale. Ma centrare tutta la vita sulla sofferenza non rischia di produrre altra sofferenza? Perché non accettare la sofferenza, semplicemente, come parte della vita?»</em> Era il tipo di interlocutore che non si accontentava di annuire, che sapeva mettere alla prova le idee con rispetto e acume.</p>
<p>Gli risposi allora, e lo ripeto oggi con ancora maggiore convinzione: identificare la vita — che è cambiamento e mutamento — con la sofferenza è fuorviante. Sarebbe più utile entrare in una consapevolezza del <strong>continuo cambiamento</strong> che è la vita stessa. In questa consapevolezza c&#8217;è la gioia: la gioia della scoperta, la gioia del riconoscere la vita come dono.</p>
<p>Parlammo spesso anche di <strong>distacco</strong>: uno degli strumenti fondamentali della via buddhista, spesso scambiato per indifferenza, come se fosse un modo per evitare di soffrire. Giangiorgio capiva bene che non è così. Il distacco non è una posizione passiva: è un&#8217;attività che richiede una forza notevole per non essere travolti. Era in grado di parlare di queste cose con la precisione del filosofo e con la partecipazione di chi le aveva davvero meditate.</p>
<h2>La fratellanza e il senso del dono</h2>
<p>Ci teneva molto, Giangiorgio, alla <strong>fratellanza</strong>: sentirsi parte di un unico corpo vivente. Quando nasce questo senso di unione, anche la difficoltà del vivere si attenua, perché si crea una partecipazione reciproca al dramma dell&#8217;altro, personale o collettivo. Credo che lui stesso incarnasse questo senso: era una presenza che allargava lo spazio interiore di chi gli stava accanto. Come studioso, aveva dedicato la vita a costruire ponti tra la filosofia occidentale e le tradizioni sapienziali d&#8217;Oriente.</p>
<p>Ma ciò che mi ha sempre colpito di lui non era soltanto la vastità del sapere, bensì la sua capacità di <em>abitare</em> le domande, di non accontentarsi delle risposte consolatorie, di restare in ascolto. Il mio ritorno al mondo è avvenuto alla luce di un rinnovato coraggio e di una rinnovata fiducia nella vita, che rimane dono, cambiamento e trasformazione. Parte di quella fiducia la devo anche all&#8217;amicizia con lui, che ha saputo riconoscere il mio cammino con occhi liberi e con il cuore aperto.</p>
<p>Grazie, caro Giangiorgio. L&#8217;amicizia, come dicevi tu stesso, è un legame che va al di là di tutte le &#8220;mutazioni genetiche&#8221;: tutti noi siamo in continua trasformazione, e tu continuerai a trasformarti in noi, in chi ti ha voluto bene e in chi ha imparato qualcosa camminando al tuo fianco.</p>
<h2 class="text-text-100 mt-3 -mb-1 text-[1.125rem] font-bold">Padova, 15 maggio 2015: una serata da non dimenticare</h2>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">A completamento di questo ricordo, desidero condividere la trascrizione integrale della serata del <strong>15 maggio 2015</strong> al Centro Universitario di Padova, in via Zabarella, in occasione della presentazione del mio libro <em>Dalla sofferenza alla gioia. Come guarire dal dolore del mondo</em>.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Fu Giangiorgio stesso a dialogare con me quella sera, con la generosità intellettuale e la profondità di pensiero che lo contraddistinguevano. Rileggere le sue parole oggi — la sua riflessione sul doppio coraggio, sul distacco, sull&#8217;impermanenza e sulla bellezza dei fiori di ciliegio che cadono — è un&#8217;esperienza che muove qualcosa di profondo. Non erano parole accademiche: erano pensieri abitati, vissuti, offerti con la stessa cura con cui si offre un dono.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Accanto a lui, quella sera, c&#8217;era <strong>Cristina Zavloschi</strong>, che aveva organizzato l&#8217;evento con dedizione e affetto, e il mio caro amico di lunga data <strong>Paolo Avanzo</strong>, che al termine della presentazione accompagnò con il suo sitar la meditazione guidata — proprio come aveva fatto quarant&#8217;anni prima, quando io suonavo le tabla e lui il sitar, in quella stessa città.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">La trascrizione che segue restituisce fedelmente lo spirito di quella serata: un dialogo vivo, aperto, dove la filosofia si mescolava all&#8217;esperienza personale, e la ricerca interiore trovava voce tanto nella parola quanto nel silenzio.</p>
<h5><strong><a href="http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2026/04/presentazione-libro-dalla-sofferenza-alla-gioia–-padova-15-maggiom-2015.pdf" target="_blank" rel="noopener">Leggi e scarica la trascrizione integrale</a></strong></h5>
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		<title>Anagarika Dharmapala e la rinascita del Tempio di Mahābodhi a Bodh Gayā</title>
		<link>https://mahabodhi.it/blog/anagarika-dharmapala-e-la-rinascita-del-tempio-di-mahabodhi-a-bodh-gaya/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[daniele]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 20:18:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alla fine del XIX secolo, il luogo più sacro del Buddhismo mondiale non era custodito dai buddhisti. Questa è la storia di chi scelse di non voltarsi dall&#8217;altra parte. Quando la luce si spense al centro del mondo C&#8217;è un luogo sulla Terra dove il tempo sembra piegarsi su sé stesso, dove ogni respiro porta [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Alla fine del XIX secolo, il luogo più sacro del Buddhismo mondiale non era custodito dai buddhisti. Questa è la storia di chi scelse di non voltarsi dall&#8217;altra parte.</em></p>
<h2>Quando la luce si spense al centro del mondo</h2>
<div id="attachment_859" style="width: 360px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-859" class="wp-image-859" src="http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2026/04/mahaBodhi-India-1988-679x1024.jpeg" alt="" width="350" height="528" /><p id="caption-attachment-859" class="wp-caption-text">Tempio di Mahābodhi a Bodh Gayā in India nel 1988</p></div>
<p>C&#8217;è un luogo sulla Terra dove il tempo sembra piegarsi su sé stesso, dove ogni respiro porta con sé l&#8217;eco di un risveglio antico e sempre presente. È Bodh Gayā, nel cuore del Bihar indiano, la terra dove Siddhartha Gautama — un essere umano come noi, capace però di una determinazione e di una profondità senza pari — si sedette sotto un albero di fico sacro e non si alzò finché non ebbe visto la natura ultima della realtà. Sotto quell&#8217;albero, la Bodhi, nacque il Buddhadharma: la via della liberazione dalla sofferenza che da allora non ha smesso di illuminare il cammino di milioni di esseri umani in ogni angolo del mondo.</p>
<p>Eppure, alla fine del XIX secolo, questo luogo sacro tra i più sacri era quasi dimenticato — abbandonato, in rovina, svuotato della sua presenza buddhista. Il declino del Buddhismo in India non era stato un crollo improvviso, ma una lunga e silenziosa erosione durata secoli: invasioni, trasformazioni politiche e sociali, e la graduale riassorbimento del messaggio del Buddha all&#8217;interno dell&#8217;ampio oceano dell&#8217;induismo avevano quasi cancellato le tracce viventi di quella tradizione proprio nel paese che l&#8217;aveva generata. I luoghi sacri legati alla vita del Buddha — Lumbini, Sarnath, Kushinagar, e soprattutto Bodh Gayā — erano diventati rovine dimenticate, inglobate in altri contesti religiosi o abbandonate alla giungla e al tempo.</p>
<p>Il Tempio di Mahābodhi, il grande santuario eretto secoli prima nel punto esatto dell&#8217;Illuminazione, si trovava sotto il controllo di un mahant hindu, che ne gestiva il complesso come un santuario shivaita. I buddhisti — pellegrini provenienti dallo Sri Lanka, dalla Birmania, dal Tibet, dalla Cina, dal Giappone — non avevano voce in capitolo sul luogo più sacro della loro tradizione. Era come se qualcuno avesse spento la luce al centro del mondo. Fu durante il periodo coloniale britannico che Bodh Gayā tornò lentamente all&#8217;attenzione del mondo: archeologi come Alexander Cunningham esplorarono il Bihar, identificando e documentando le rovine dell&#8217;antico Tempio di Mahābodhi, confermando ciò che i testi antichi avevano sempre tramandato.</p>
<p>Ma il riconoscimento storico e accademico non bastava. Un sito può essere studiato, catalogato, ammirato come reperto del passato — e tuttavia rimanere muto, privo della vita spirituale che lo aveva reso sacro. <strong>Ciò che mancava non era la conoscenza, ma la devozione. Non era la storia, ma il Dharma vivo.</strong></p>
<h2>Un uomo, una chiamata, una missione</h2>
<p>Nel 1891, un giovane cingalese di ventisette anni si trovò per la prima volta davanti al Tempio di Mahābodhi. Si chiamava Anagarika Dharmapala, era nato a Colombo nel 1864 da una famiglia benestante, aveva ricevuto un&#8217;educazione moderna ma portava nel cuore una devozione profonda e radicata per il Buddha e il suo insegnamento.</p>
<div id="attachment_864" style="width: 278px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-864" class="wp-image-864" src="http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2026/04/anagarika_dharmapala-230x300.jpg" alt="" width="268" height="350" srcset="https://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2026/04/anagarika_dharmapala-230x300.jpg 230w, https://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2026/04/anagarika_dharmapala.jpg 395w" sizes="(max-width: 268px) 100vw, 268px" /><p id="caption-attachment-864" class="wp-caption-text">Anagarika Dharmapala in una foto d&#8217;epoca.</p></div>
<p>Ciò che vide lo scosse nel profondo: il luogo più sacro del Buddhismo mondiale non era custodito dai buddhisti, il tempio versava in uno stato di degrado e abbandono, e la presenza del Dharma — quella presenza silenziosa e luminosa che ogni praticante sa riconoscere nei luoghi in cui generazioni di esseri umani si sono seduti a meditare — sembrava soffocata sotto strati di incuria e di oblio.</p>
<p>Dharmapala era un uomo sensibile e appassionato, capace di trasformare l&#8217;emozione in azione concreta e instancabile. Quel giorno a Bodh Gayā non provò solo dolore: provò una chiamata.</p>
<blockquote><p><em>&#8220;Per Dharmapala, Bodh Gayā non era solo un sito archeologico da restaurare: era il cuore spirituale pulsante del Buddhismo mondiale, e il suo silenzio era una ferita aperta nell&#8217;anima del Dharma.&#8221;</em></p></blockquote>
<p>Nello stesso anno fondò la <strong>Maha Bodhi Society</strong>, con una missione chiara e ambiziosa: restaurare il Tempio di Mahābodhi nella sua dignità e nella sua forma originaria, restituire Bodh Gayā alla comunità buddhista mondiale, e risvegliare la presenza del Buddhismo in India e nel mondo intero. Non si trattava di una società accademica né di una semplice associazione culturale: nasceva come un atto di devozione pura, animata dalla convinzione che il Dharma non fosse un reperto del passato ma una forza viva, capace ancora di trasformare il mondo e di rispondere alle domande più profonde dell&#8217;essere umano.</p>
<p>Dharmapala si gettò in questa missione con un&#8217;energia che non avrebbe mai smesso di stupire chi lo incontrava: viaggiò senza sosta tra India e Sri Lanka, tra Giappone, Europa e Stati Uniti, tenne conferenze, scrisse articoli, incontrò intellettuali, politici e uomini di fede di ogni tradizione. Al Parlamento Mondiale delle Religioni di Chicago nel 1893 — lo stesso congresso in cui Swami Vivekananda stupì il mondo con la sua visione dell&#8217;induismo universale — presentò il Buddhismo con una chiarezza e una forza che lasciarono il segno. Era un comunicatore straordinario, capace di parlare al cuore senza mai sacrificare il rigore.</p>
<p>Viveva come un <em>anagarika</em> — né monaco ordinato né laico comune, ma un rinunciante che dedica ogni energia al servizio del Dharma — portando una veste bianca come segno visibile di questa consacrazione totale, avendo rinunciato alla vita di famiglia, ai comfort della sua classe sociale, alle sicurezze di una carriera normale. <strong>La sua vita intera era diventata un atto di offerta.</strong> La lotta per il controllo del Tempio di Mahābodhi si trascinò per decenni, segnata da cause legali estenuanti, tensioni religiose e resistenze politiche di ogni tipo.</p>
<p>Grazie anche all&#8217;intervento delle autorità britanniche, il Tempio fu restaurato architettonicamente sul finire del XIX secolo. Ma il pieno riconoscimento dei diritti buddhisti rimase incompiuto ben oltre la sua morte, avvenuta nel 1933, quando si fece ordinare monaco con il nome di Devamitta negli ultimi giorni della sua vita — un ultimo gesto di consacrazione al Dharma, sereno e completo.</p>
<blockquote>
<h4>📅 <strong>Le date che hanno cambiato la storia di Bodh Gayā</strong></h4>
<p><strong>1891</strong> — Dharmapala visita Bodh Gayā e fonda la Maha Bodhi Society<br />
<strong>1893</strong> — Parlamento Mondiale delle Religioni di Chicago<br />
<strong>fine &#8216;800</strong> — Restauro architettonico del Tempio di Mahābodhi<br />
<strong>1933</strong> — Morte di Dharmapala, ordinato monaco con il nome Devamitta<br />
<strong>1949</strong> — Bodh Gaya Temple Act: gestione condivisa tra buddhisti e hindu<br />
<strong>2002</strong> — Il Tempio di Mahābodhi riconosciuto Patrimonio dell&#8217;Umanità UNESCO</p></blockquote>
<h2>Il fiore sboccia: Bodh Gayā restituita al mondo</h2>
<p>Il seme che Dharmapala aveva piantato con tanta tenacia continuò a germogliare oltre la sua vita. Nel 1949, appena due anni dopo l&#8217;indipendenza dell&#8217;India, venne approvato il <strong>Bodh Gaya Temple Act</strong>: la gestione del Tempio di Mahābodhi fu affidata a un comitato paritetico con rappresentanti buddhisti e hindu, sancendo ufficialmente il ritorno del Buddhismo al cuore della sua stessa storia.</p>
<p>Nel 2002, il Tempio di Mahābodhi fu riconosciuto come <strong>Patrimonio dell&#8217;Umanità dall&#8217;UNESCO</strong>: un riconoscimento che va ben oltre il valore architettonico o storico, e tocca qualcosa di essenziale per l&#8217;intera famiglia umana.</p>
<div id="attachment_866" style="width: 610px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-866" class="wp-image-866" src="http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2026/04/thanavaro-bodhgaya-01-300x207.jpeg" alt="" width="600" height="413" /><p id="caption-attachment-866" class="wp-caption-text">Ajahn Thanavaro in India nel 1988.</p></div>
<p>Chi scrive ha avuto il privilegio di visitare Bodh Gayā nel novembre del 1988. Ricordo ancora l&#8217;aria di quella sera, il profumo della notte indiana, il silenzio denso e vivo che avvolgeva il grande stupa, le lampade votive tremolanti nel buio, le voci sommesse dei pellegrini che si dissolvevano nell&#8217;oscurità. E ricordo soprattutto di essermi seduto sotto l&#8217;albero della Bodhi — un discendente diretto di quell&#8217;albero sotto cui Siddhartha aveva vegliato duemilacinquecento anni prima — e di aver meditato lì per un&#8217;intera notte, fino all&#8217;alba. Non ci sono parole adeguate per descrivere ciò che si sente in quel luogo. C&#8217;è qualcosa nell&#8217;aria, nella terra, in quell&#8217;albero antico che parla direttamente al cuore, al di là di ogni concetto e di ogni dottrina, al di là persino della propria tradizione di pratica.</p>
<p>È come se ogni essere umano che si sieda in quel punto portasse con sé, senza saperlo, l&#8217;eco di tutti coloro che lo hanno preceduto nella stessa postura, nello stesso silenzio, nello stesso desiderio di vedere chiaro.</p>
<blockquote><p><em>&#8220;Sotto l&#8217;albero della Bodhi capii in modo viscerale perché Dharmapala aveva dedicato la sua intera vita a proteggere e restituire quel luogo al mondo. Bodh Gayā non è solo un sito storico: è un portale.&#8221;</em></p></blockquote>
<p>Oggi, sotto l&#8217;ombra di quell&#8217;albero, si siedono ogni giorno pellegrini da ogni parte del mondo: monaci tibetani avvolti nelle loro vesti color zafferano, praticanti zen giapponesi, meditatori theravada dello Sri Lanka e della Birmania, laici occidentali che hanno trovato nel Dharma la risposta alle domande più profonde della loro vita. Tutto questo è possibile anche grazie a un uomo che nel 1891, fermandosi davanti a un tempio in rovina, scelse di non voltarsi dall&#8217;altra parte.</p>
<div id="attachment_865" style="width: 610px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-865" class="wp-image-865" src="http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2026/04/thanavaro-bodhgaya-02.jpg" alt="" width="600" height="400" srcset="http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2026/04/thanavaro-bodhgaya-02.jpg 600w, http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2026/04/thanavaro-bodhgaya-02-480x320.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 600px, 100vw" /><p id="caption-attachment-865" class="wp-caption-text">Ajahn Thanavaro in India nel 1988.</p></div>
<p><strong>Anagarika Dharmapala ci insegna che il Dharma non si preserva da solo: ha bisogno di esseri umani che ne prendano a cuore la trasmissione</strong>, che siano disposti a fare della propria vita uno strumento al servizio del Risveglio — non per ambizione personale, non per riconoscimento, ma perché hanno compreso, nel profondo, quanto prezioso sia il dono che il Buddha ha fatto al mondo. Che la sua memoria sia di ispirazione per tutti noi. 🙏</p>
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		<title>In ricordo di Corrado Pensa</title>
		<link>https://mahabodhi.it/blog/in-ricordo-di-corrado-pensa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[daniele]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Dec 2025 10:51:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando la notizia della scomparsa del professor Corrado Pensa, avvenuta il 29 febbraio 2024, è giunta fino a me, ho avvertito un silenzio particolare, come quando un vento sottile smette di soffiare e lascia spazio a una quiete più profonda. Chi ha conosciuto Corrado sa che la sua presenza era così: discreta e limpida, capace [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando la notizia della scomparsa del professor <strong>Corrado Pensa</strong>, avvenuta il <strong>29 febbraio 2024</strong>, è giunta fino a me, ho avvertito un silenzio particolare, come quando un vento sottile smette di soffiare e lascia spazio a una quiete più profonda. Chi ha conosciuto Corrado sa che la sua presenza era così: discreta e limpida, capace di portare chiarezza senza clamore, profondità senza pesantezza. La sua vita è stata un dono per molti, e anche per me. Corrado era nato nel 1939 ad Atri, in Abruzzo.</p>
<p>Nel suo cammino aveva intrecciato studi importanti, a partire dall’incontro con <strong>Giuseppe Tucci</strong>, e una lunga esperienza di ricerca personale che lo aveva portato ad avvicinarsi alla meditazione di consapevolezza. Ma ciò che più lo distingueva non erano i titoli o le cariche: era lo stile del suo cuore. Nei suoi insegnamenti si percepiva una delicatezza rara, una cordialità radicata nella pratica, una limpidezza che nasce non dal desiderio di spiegare, ma da quello di condividere. La sua voce ha accompagnato decine di migliaia di praticanti italiani.</p>
<p>La fondazione dell’<strong>A.Me.Co. – Associazione per la Meditazione di Consapevolezza</strong> fu un passo decisivo per la diffusione della mindfulness in Italia, in un’epoca in cui il Dharma non aveva ancora trovato radici solide nel nostro Paese. Parallelamente al suo lavoro accademico presso l’Università Sapienza di Roma, dove insegnava Religioni e Filosofie dell’India e dell’Estremo Oriente, Corrado seppe offrire ai suoi allievi una comprensione del Buddha-Dhamma che non era teorica, ma profondamente esperienziale. Quando ci incontrammo la prima volta – erano anni in cui la mia esperienza monastica in Thailandia stava iniziando a tradursi in una presenza stabile in Italia – riconobbi in lui una sensibilità affine. Provenivamo da percorsi differenti: io dalla foresta e dalla disciplina monastica, lui dal mondo laico della ricerca e dell’insegnamento. Ma ciò che ci univa era il valore della consapevolezza e il desiderio sincero di sostenere la crescita spirituale di chi si avvicinava alla pratica.</p>
<div id="attachment_843" style="width: 710px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-843" class="wp-image-843 " src="http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2025/12/Corrado-Pensa-e-Achaan-Thanavaro-6-maggio-1995-784x1024.jpg" alt="" width="700" height="914" srcset="http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2025/12/Corrado-Pensa-e-Achaan-Thanavaro-6-maggio-1995-784x1024.jpg 700w, http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2025/12/Corrado-Pensa-e-Achaan-Thanavaro-6-maggio-1995-480x627.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 700px, 100vw" /><p id="caption-attachment-843" class="wp-caption-text">Corrado Pensa e Achaan Thanavaro &#8211; 6 maggio 1995</p></div>
<p>Quel periodo fu un tempo di germinazione per il Dharma nel nostro Paese. Con <strong>Vincenzo Piga</strong> e l’ambasciatore dello Sri Lanka <strong>Chandra De Soysa</strong>, Corrado divenne uno dei primi Garanti del nascente monastero <strong>Santacittarama</strong>, che oggi rappresenta un punto fermo per il buddhismo theravada in Italia.</p>
<p>Ricordo ancora la sua disponibilità, la sua chiarezza di visione, la sua capacità di vedere – prima ancora che nelle strutture – nelle persone. Sapeva riconoscere e valorizzare ciò che in ciascuno era autentico. La sua presenza a Santacittarama, anche se non frequente come quella dei residenti, aveva il peso delle cose essenziali. Non andava mai oltre ciò che era necessario. Sosteneva senza invadere. Apriva spazi, non li riempiva.</p>
<p>Era un atteggiamento che rivelava una profonda comprensione del Dhamma: rispettare il cammino altrui significa non sovrapporsi, non imporre, ma offrire con generosità e discrezione. Negli anni successivi, pur seguendo strade talvolta distinte, abbiamo continuato a sentirci vicini. Lo vedevo nella sua capacità di insegnare la meditazione della presenza mentale come un’arte del vivere, come un invito a contattare direttamente la realtà della propria esperienza.</p>
<p>Molte persone mi hanno raccontato come, grazie a lui, abbiano potuto scoprire un modo più gentile e vero di stare con se stessi. Era questo il suo grande insegnamento: la consapevolezza non nasce dall’obbligo, ma dall’incontro. Quando ho partecipato alla sua <strong>funzione funebre</strong>, il 29 febbraio presso la sede dell’A.Me.Co., ho sentito una quieta commozione. Non era un dolore pungente, ma un sentimento di profonda gratitudine. I</p>
<p>n quell’occasione ho potuto esprimere la mia vicinanza alla sua compagna di vita e di Dhamma, <strong>Neva Papachristou</strong>, a suo figlio <strong>Giorgio</strong> e a tutti i suoi allievi. La sala era attraversata da un silenzio pieno: un silenzio che, a suo modo, continuava a parlare del suo insegnamento. Chi ha seguito Corrado sa quanto la sua voce fosse capace di guidare senza mai imporsi. Amava la chiarezza e la precisione, ma non perdeva mai la dimensione umana, la tenerezza verso le fragilità che ciascuno porta con sé.</p>
<p>Chi lo ascoltava si sentiva accompagnato, non giudicato. Sapeva rendere evidenti le dinamiche della mente con uno stile che univa lo spirito analitico alla profondità del cuore. La comunità buddhista italiana, nelle sue molte forme, gli deve molto. La sua opera ha contribuito a far maturare un clima di dialogo e di collaborazione tra realtà monastiche e laiche, tra gli insegnamenti della foresta thailandese e l’approccio consapevole sviluppato in Occidente.</p>
<p>Questo intreccio, del quale anche io ho fatto parte, è stato per anni un ponte prezioso che ha sostenuto il cammino di tanti praticanti. Oggi, ricordare Corrado significa riconoscere la <strong>traccia luminosa</strong> che ha lasciato e che continua a brillare. La sua eredità vive non soltanto nelle registrazioni o nei libri, ma nel modo in cui le persone si siedono sul cuscino, nel respiro che torna a farsi consapevole, nella gentilezza che si estende alla vita quotidiana.</p>
<p>Vive ogni volta che qualcuno, nella pratica, sceglie di essere presente. Per me, il modo più autentico di onorarlo è continuare a sostenere la pratica con sincerità e apertura, così come lui ha fatto per tutta la sua vita. La sua presenza rimarrà un punto di riferimento silenzioso: un esempio di sobrietà, lucidità e dedizione. E nella gratitudine che porto nel cuore, riconosco la forza del suo insegnamento e il legame che il tempo non cancella.</p>
<p>Che il suo cammino prosegua nella pace e nella luminosa libertà del Dhamma.</p>
<p><strong>Mario Thanavaro</strong></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://mahabodhi.it/blog/in-ricordo-di-corrado-pensa/">In ricordo di Corrado Pensa</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://mahabodhi.it">Associazione Maha Bodhi</a>.</p>
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		<title>Il ritiro della luce, tra le nuvole</title>
		<link>https://mahabodhi.it/blog/il-ritiro-della-luce-tra-le-nuvole/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[silvio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Oct 2025 09:42:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tre mesi di meditazione e silenzio nelle montagne della California Il Sangha e il bisogno di solitudine La mia esperienza nel Sangha, la comunità monastica, iniziata nel lontano 1977, è sempre stata caratterizzata da una grande devozione e da un impegno tanto fisico quanto interiore. Dal 1990 al 1995, in qualità di abate, mi sono [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Tre mesi di meditazione e silenzio nelle montagne della California</h2>
<h3>Il Sangha e il bisogno di solitudine</h3>
<p>La mia esperienza nel <strong>Sangha</strong>, la comunità monastica, iniziata nel lontano <strong>1977</strong>, è sempre stata caratterizzata da una grande <strong>devozione</strong> e da un impegno <strong>tanto fisico quanto interiore</strong>.</p>
<p>Dal <strong>1990 al 1995</strong>, in qualità di abate, mi sono ritrovato a gestire la <strong>ristrutturazione del monastero Santacittarama</strong>, conducendo allo stesso tempo <strong>ritiri, incontri di meditazione</strong> e occupandomi di vari <strong>compiti amministrativi</strong>.<br />
Tutto questo ha comportato un <strong>notevole dispendio di energie</strong>, spesso a discapito della mia salute.</p>
<p>In quegli anni ho avuto <strong>poche occasioni di pausa</strong>, e ancora meno tempo per approfondire il <em>kāya viveka</em> — la <strong>solitudine fisica</strong>, così essenziale nella pratica monastica.</p>
<h3>Un invito da Ajahn Amaro</h3>
<p>Fu in quel contesto che il mio amico <strong>Ajahn Amaro</strong>, allora residente ad <strong>Amaravati</strong>, mi parlò della possibilità di trascorrere il <strong>Ritiro delle Piogge</strong> in <strong>California</strong>, assieme a lui e ad altri tre <strong>bhikkhu</strong>.</p>
<p>Mi raccontò che <strong>Daniel Barnes</strong>, membro della <strong>Sanghapala Foundation</strong>, metteva a disposizione una <strong>proprietà immersa nella natura</strong>, ideale per un <strong>ritiro solitario</strong>.<br />
La proposta aveva due obiettivi:</p>
<ol>
<li>offrire ai monaci l’opportunità di <strong>praticare in solitudine</strong>,</li>
<li>offrire alla comunità buddhista californiana un <strong>contatto diretto con la vita monastica nella foresta</strong>, anziché limitarsi a frequentare ritiri in città o in centri.</li>
</ol>
<h3>Bell Springs Hermitage: il luogo del ritiro</h3>
<p>Arrivammo così al <strong>Bell Springs Hermitage</strong>, un&#8217;area remota a <strong>3.800 piedi di altitudine</strong> (circa <strong>1.160 metri</strong>), che offriva <strong>vedute spettacolari</strong> in tutte le direzioni.</p>
<p>Vivevamo <strong>separati l’uno dall’altro</strong>, dislocati in piccole vallette all’estremità della proprietà di <strong>170 acri</strong>. Tre monaci avevano <strong>tende a cupola</strong>, mentre io potei utilizzare una <strong>roulotte</strong> già presente.</p>
<p>Ci si incontrava solo una volta al giorno, per il <strong>giro dell’elemosina</strong> verso la cucina. Il resto del tempo era dedicato alla <strong>pratica individuale in completo silenzio</strong>.</p>
<p>Durante le <strong>fasi lunari</strong>, ci riunivamo nella <strong>yurta mongola</strong> che fungeva da sala del santuario per la <strong>meditazione notturna e la discussione del Dhamma</strong>. Nei giorni di <strong>luna piena e nuova</strong>, celebravamo insieme la <strong>recitazione del Pātimokkha</strong>, le regole monastiche.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-820" src="http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2025/10/mahabodhi-ritirocalifornia02.jpg" alt="" width="400" height="600" /></p>
<h2>Un Ritiro tra le Nuvole</h2>
<p>Il <strong>clima fu clemente</strong> per quasi tutta la durata del ritiro. Di giorno il sole splendeva, e le notti erano limpide e silenziose.<br />
Uno spettacolo meraviglioso ci attendeva spesso: la <strong>nebbia marina</strong> che risaliva dalle vallate a ovest, trasformando il paesaggio in un <strong>oceano di perle ondeggianti</strong>, mentre noi stavamo <strong>al di sopra delle nuvole</strong>, illuminati dal sole.</p>
<p>Nell’ultimo mese del <strong>Vassa</strong>, la natura ci regalò effetti atmosferici sorprendenti:</p>
<ul>
<li><strong>aloni colorati</strong> attorno al sole e alla luna,</li>
<li>un <strong>arcobaleno bianco</strong>, apparso per ben <strong>due giorni consecutivi</strong>.</li>
</ul>
<h3>Meditazione senza obiettivi</h3>
<p>Trascorrere <strong>tre mesi senza impegni specifici</strong> apre inevitabilmente alla domanda:<br />
<strong>“Cosa dovrei fare?”</strong><br />
Non avevo <strong>obiettivi precisi</strong> per la pratica, ma desideravo <strong>meditare, riposare e rigenerarmi</strong>, approfondendo gli <strong>Insegnamenti del Buddha</strong>.</p>
<p>All’orizzonte si profilavano anche <strong>progetti futuri</strong>:</p>
<ul>
<li>un <strong>libro</strong> in fase di scrittura,</li>
<li>nuovi <strong>impegni con l’Unione Buddhista Italiana</strong>,</li>
<li>la <strong>ricerca di una nuova sede</strong> per il <strong>Santacittarama</strong>,</li>
<li>e diversi <strong>ritiri in programma</strong>.</li>
</ul>
<h3>Un territorio già abitato</h3>
<p>Appena arrivati al Bell Springs Hermitage, fu chiaro che stavamo entrando in un <strong>luogo già abitato</strong>.<br />
La remota posizione (a <strong>13 miglia da una strada sterrata</strong>) aveva permesso alla <strong>fauna selvatica</strong> di prosperare.</p>
<p>Ogni giorno incontravamo <strong>una madre cerbiatta con il suo piccolo</strong>, che pascolavano <strong>all’alba, al tramonto</strong>, e talvolta <strong>sotto la luce della luna</strong>.<br />
Non avevano più paura di noi. Si nutrivano accanto a noi, cercando tra le <strong>erbe secche</strong>, <strong>la corteccia delle querce</strong>, o le <strong>ghiande sparse a terra</strong>.</p>
<p>Trovammo anche <strong>schegge di pietra</strong> e una <strong>punta di freccia</strong>, residui della presenza umana precedente.<br />
Il venerabile <strong>Sugato</strong>, un tempo archeologo, datò la freccia a circa <strong>900 anni fa</strong>.<br />
Quei ritrovamenti evocavano un senso di <strong>continuità e semplicità</strong>: la presenza di generazioni che avevano vissuto lì <strong>in pace</strong>, ben prima dell’arrivo dell’<strong>uomo bianco</strong>.</p>
<h3>Un ritiro basato sulla fiducia</h3>
<p>Erano passati diciassette anni dal mio primo ritiro intensivo di meditazione. Ricordo che quel primo ritiro di dieci giorni fu particolarmente arduo, poiché avevo iniziato la pratica solo da qualche mese e non avevo ancora trovato un certo agio nella postura fisica. L’esperienza predominante, durante quei giorni, fu l’intenso dolore fisico che accompagnava le ore di pratica guidate dal mio maestro, Ajahn Sumedho.</p>
<p>L’intensità del dolore non permetteva ai pensieri di emergere e distrarmi; per questo motivo, trovai proprio nella sensazione dolorosa un punto di riferimento costante, che mi permise di raggiungere un buon livello di concentrazione. Questo fu possibile grazie alla mia determinazione nel rimanere presente con la sensazione del dolore. Di tanto in tanto, questa stessa sensazione svaniva quasi per incanto, per poi riemergere gradualmente, con un’intensificazione che lasciava presagire un’altra ora di sofferenza. Il corpo stesso era spesso indolenzito e contratto, proprio a causa del dolore.</p>
<p>Se continuai a praticare, fu solo perché avevo fede nell’insegnamento del Buddha-Dhamma e negli effetti liberatori della pratica. Negli anni successivi partecipai a molti altri ritiri e vissi diverse occasioni di piena immersione nella meditazione. In realtà, forse furono pochi rispetto all’impegno comunitario nel lavoro e nella gestione amministrativa della comunità. In ogni caso, mi sono sempre sentito fortunato ad avere avuto queste preziose opportunità di meditare a lungo, in solitudine.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-822 " src="http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2025/10/mahabodhi-ritirocalifornia04.jpg" alt="" width="400" height="600" /></p>
<h3>Un viaggio oltre la mente</h3>
<p>Questo ritiro in California fu, in fondo, un <strong>atto di fede</strong>.<br />
<strong>Nessun insegnamento formale</strong>. Nessuna struttura rigida. Solo il <strong>tempo e lo spazio per la pratica profonda</strong>.</p>
<p>Fu toccante vedere come la <strong>comunità buddhista locale</strong> reagì a questa opportunità.<br />
Chi veniva, non lo faceva per <strong>ricevere qualcosa</strong>, ma per <strong>dare</strong>. Per <strong>servire</strong>.</p>
<p>Ogni fine settimana, <strong>due, tre, quattro persone</strong> facevano il lungo viaggio dalla <strong>Bay Area</strong>. Molti di loro erano <strong>cittadini</strong>, poco abituati all’assenza di stimoli o al <strong>silenzio assoluto della natura</strong>.</p>
<p>Lì non c’era elettricità. La città più vicina era a <strong>trenta chilometri</strong>. Il buio della notte era <strong>puro e profondo</strong>.</p>
<p>Alcuni ne erano intimoriti — paradossalmente, pur vivendo in luoghi dove <strong>violenze, furti e aggressioni</strong> sono molto più comuni che tra gli alberi.<br />
Ma alla fine, <strong>tutti ringraziavano</strong>, profondamente, per aver avuto la possibilità di <strong>staccare dalla frenesia urbana</strong> e ritrovare <strong>la quiete del cuore</strong>, anche solo per un po’.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-823 aligncenter" src="http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2025/10/mahabodhi-ritirocalifornia05-1024x683.jpg" alt="" width="1024" height="683" srcset="http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2025/10/mahabodhi-ritirocalifornia05-1024x683.jpg 1024w, http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2025/10/mahabodhi-ritirocalifornia05-980x653.jpg 980w, http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2025/10/mahabodhi-ritirocalifornia05-480x320.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1024px, 100vw" /></p>
<h3>Meditando, sii sicuro come una millenaria foresta</h3>
<p>Ricordo che il mio quarantesimo compleanno segnò un momento di profondo cambiamento. Lo trascorsi in una foresta di sequoie millenarie in California. Come ho scritto mi trovavo sulle montagne californiane per un ritiro di pratica intensiva in solitudine della durata di tre mesi e dedicavo intere giornate, a volte sino a tarda notte, alla pratica meditativa seduto su una pietra che sovrastava una vallata. Di fronte a me c&#8217;era una collina la cui forma ricordava un grande cuore. Era una curiosa formazione geologica, erosa probabilmente dall&#8217;acqua che ne aveva incavato la cima. Il gioco delle ombre e delle luci accentuava al mattino la forma del cuore, che scompariva a mezzogiorno quando la luce più intensa e diretta non creava ombre che ne facessero risaltare la forma. Questo apparire e scomparire del cuore mi riportava alla mente le parole del Sutra del cuore della saggezza, nel quale il bodhisattva Avalokiteshvara, rivolgendosi a Sariputra, eminente discepolo del Buddha, dice: &#8220;La forma è vuoto, e il vuoto è forma. Il vuoto non è altro che forma, e la forma non è altro che vuoto&#8221;.</p>
<p>Nei tre mesi della mia pratica meditativa mantenni l&#8217;attenzione su quella forma. Ogni volta che mi distraevo bastava aprire gli occhi per ritrovarla, a volte visibile e altre volte no. Era come se la terra mi mandasse un messaggio molto chiaro, il messaggio di porre l&#8217;attenzione sul cuore e di non scostarmi da quello che sentivo nel profondo. Potete immaginare come una pratica intensiva di questo tipo, con un riferimento così preciso, sia stata un&#8217;occasione unica, per intensità, chiarezza e precisione, di esplorare con umiltà e onestà quello che sentivo dentro di me. Alla fine del primo mese la pratica cominciava a sortire il suo effetto, sentivo che in me si stava sciogliendo qualcosa.</p>
<p>Alloggiavo in una piccola roulotte nascosta in un boschetto di querce, dove mi rifugiavo quando il caldo diventava troppo intenso per la pratica meditativa all&#8217;aperto. Alternavo la pratica camminata nelle zone ombrose del bosco alla pratica seduta. Trascorrevo le mie giornate in un ambiente stupendo, vivendo momenti di profonda introspezione in un quadro di una semplicità estrema e consumando un unico pasto al giorno secondo la tradizione dei maestri della foresta.</p>
<h3>Una rinascita</h3>
<p>Un mattino mi svegliai alle prime luci dell&#8217;alba. Come ero solito fare, uscii immediatamente e, salendo di corsa sulla montagna, raggiunsi il punto da cui potevo vedere il sorgere del sole. Quel mattino, raggiunta la pietra sulla quale mi sedevo di solito, mi fermai non per incrociare le gambe nella posizione del loto tipica della postura del Buddha, ma semplicemente per sedermi. Provai la strana sensazione che la pietra mi abbracciasse con cura materna, mi accovacciai assumendo quasi la posizione di un feto, e cominciai a piangere a dirotto. Su quella grande pietra questo corpo umano stava nascendo. Si stava forse avverando il messaggio sibillino ricevuto poco prima la mia partenza per l&#8217;America da un misterioso amico spirituale: &#8220;Un vento improvviso e impetuoso fa sventolare l&#8217;abito del monaco subito sopra i calzari. Quella è la bandiera, quello è il tempio ben fondato, non c&#8217;è più latitudine, non c&#8217;è più punto cardinale. Il vento soffia e va dove vuole, e nessuno lo vede&#8221;. Fu come essere animato da un soffio vitale che percorreva veloce e ormai inarrestabile tutto il mio sistema nervoso, svegliando ogni cellula e rendendola viva. Ebbi la chiara percezione che di lì a poco la vita mi avrebbe chiamato a fare un passo, un passo molto importante, ma al tempo stesso molto sofferto.</p>
<p>Ero ovviamente turbato da quella esperienza. Un mio confratello, un monaco di nome Amaro (Immortale), che si era accampato nei paraggi per fare il suo ritiro sulla stessa montagna, mi incontrò all&#8217;ora della questua e, vedendomi pensieroso, dopo aver raccolto il cibo per la giornata si fermò nella mia roulotte per parlarmi, o meglio per ascoltarmi. Non avevo molto da dire, ma non potei trattenere le lacrime e gli inzuppai l&#8217;abito. Lui mi abbracciò, mi chiese se poteva fare qualcosa per me, e non potei che rispondergli: &#8220;Continua a praticare, è la cosa migliore che tu possa fare per me&#8221;.</p>
<p>Il giorno seguente, Amaro mi diede una poesia sorta dal cuore compassionevole in ricordo del nostro fraterno abbraccio:</p>
<p><em>Le calde lacrime benedette del consacrato riceve la mia veste,</em><br />
<em>ciascuna il grembo di incalcolabili Tara.</em><br />
<em>Ardono come fragili ruote solari contro il cielo della sera</em><br />
<em>liberando l&#8217;essenza di luce e di empatia nella nascosta intimità del mio essere.</em><br />
<em>In quelle innumerevoli mani è offerta interamente la mia vita,</em><br />
<em>una volta di più restituita ai suoi legittimi padroni.</em><br />
<em>La porta nel gioiello di azzurro opalescente si schiude</em><br />
<em>e lei riceve, circondando, abbracciando, dissolvendo quel che io sono.</em><br />
<em>Calzami come un guanto, benedetta, e che le tue dita riempiano le mie,</em><br />
<em>che la tua lingua abiti la mia,</em><br />
<em>che le dita dei tuoi piedi, i tuoi scuri piedi di loto, entrino nelle mie, guidandole sul sentiero.</em><br />
<em>Ma lei c&#8217;è veramente? Uno strano profumo, opulento e fiorito</em><br />
<em>intenso aleggia nell&#8217;aria della notte.</em><br />
<em>è forse un&#8217;eco della sua dolce presenza? O la fragranza del suo prezioso, ermetico segreto?</em><br />
<em>Sorride generosa. E in quell&#8217;alveo di luce immensamente vasto che è il suo cuore incorrotto, oltremarino,</em><br />
<em>sa con certezza di essere vuota di realtà inerente.</em></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-821 aligncenter" src="http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2025/10/mahabodhi-ritirocalifornia03.jpg" alt="" width="400" height="500" /></p>
<p>Dal profondo del mio cuore sentivo di essere accompagnato in un processo di trasformazione interiore. La poesia mi rincuorò e rese quasi tangibile la presenza spirituale di Tara che, nelle sembianze di una giovane dalla natura eterna, è l&#8217;incarnazione della devozione costante, nata dall&#8217;amore e rafforzata dal voto di liberare tutti gli esseri viventi. Il suo nome significa Liberatrice o, per usare termini cristiani, Salvatrice, e occupa un ruolo preminente nella pratica religiosa del buddhismo tantrico tibetano. Rappresenta l&#8217;energia illuminata, la saggezza che percepisce la realtà, e la sua azione è rapida ed efficace nel liberare tutti gli esseri dalla paura e dalla sofferenza. Possiede le proprietà dell&#8217;energia femminile che genera, sostiene e incoraggia la vita, e le qualità di una madre amorevole che soccorre i suoi figli.</p>
<p>Un mese dopo cadeva il mio quarantesimo compleanno e sapevo che in quella occasione, in Italia, una devota thailandese di nome Teo aveva fatto stampare dei medaglioni che su un lato recavano l&#8217;immagine del Buddha e sull&#8217;altro la data del mio quarantesimo compleanno. Apprezzai molto il gesto, perché nella tradizione buddhista vuole essere di buon auspicio ed è un modo per il devoto di accumulare meriti ricordando la nascita di un maestro di Dharma. Quel giorno, come regalo, mi venne offerta la possibilità di trascorrere gran parte della giornata in una foresta di sequoie e di meditare in questo ambiente straordinario. La mia impressione, entrando in quella foresta di alberi secolari alti centinaia di metri e dal fusto enorme, fu carica di emozioni. Capii per la prima volta cosa significava entrare in contatto con la sacralità del suolo, percepii la sua infinita energia che permetteva alle maestose sequoie di slanciarsi verso il cielo e di radicarsi nella terra. Mi sentii all&#8217;interno di una cattedrale in cui gli alberi facevano da colonne a una volta celeste. Nella foresta c&#8217;erano anche alberi caduti per vecchiaia e che marcivano al suolo. Cadendo, con la loro massa avevano distrutto tutto ciò che avevano incontrato nella loro caduta. Erano chiari segni di un processo della natura, il modo in cui gli esseri si slanciano verso il cielo e come, ogni qual volta sono veramente capaci di essere veicoli di energia per una confluenza tra terra e cielo, toccano i cuori delle persone.</p>
<p>Verso la fine del soggiorno, concentrai la mia meditazione sulla <strong>fede</strong>, sulla <strong>fiducia di potercela fare</strong>, e sull’entrare in quello <strong>spazio interiore che non ha bisogno di pianificazioni</strong>.</p>
<p>Questo ritiro mi  donò <strong>una rinnovata energia</strong>, <strong>una chiarezza di visione</strong>, e una <strong>connessione più profonda</strong> con la natura e con l’essenziale. Fu un tempo prezioso per <strong>riposare</strong>, per <strong>ascoltare</strong>, per <strong>ritrovarmi e accudirmi</strong>.</p>
<p>Una stagione di silenzio in cui ho ritrovato me stesso <strong>camminando sopra le nuvole</strong>, <strong>seduto in meditazione su una pietra</strong>, <strong>in dialogo silenzioso con il cuore della terra</strong>.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-824 aligncenter" src="http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2025/10/mahabodhi-ritirocalifornia06-1024x683.jpg" alt="" width="1024" height="683" srcset="http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2025/10/mahabodhi-ritirocalifornia06-1024x683.jpg 1024w, http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2025/10/mahabodhi-ritirocalifornia06-980x653.jpg 980w, http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2025/10/mahabodhi-ritirocalifornia06-480x320.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1024px, 100vw" /></p>
<h2>Riflessione emersa a conclusione dal ritiro:</h2>
<p><strong>Il mio sedicesimo Ritiro delle Piogge si conclude questa sera con una splendida luna piena.</strong> Il sole ha illuminato le nostre giornate negli ultimi tre mesi, quindi in effetti questo Vassa rimarrà nella mia memoria come il ritiro della luce. È stato un tempo molto prezioso, in quanto mi ha offerto un’opportunità unica per riposare dalle pressioni crescenti della vita: sia nell’offrire insegnamenti a una comunità laica buddhista in rapida crescita, sia nel ruolo di Abate del monastero Santacittarama in Italia. Le molte giornate e notti trascorse in meditazione e solitudine in questo splendido contesto naturale hanno avuto un effetto profondamente curativo sul cuore, permettendomi di entrare in contatto con le mie emozioni ed esplorare aree difficili della mia vita con una maggiore capacità di consapevolezza riflessiva.</p>
<p>È stato un tempo di raccolta, sia dei frutti dello sforzo che della forza necessaria per ritornare nel mondo con un cuore compassionevole. Come le stagioni della natura, anche la nostra vita spirituale segue cicli di realizzazione, riposo e contemplazione.</p>
<p>La disponibilità di Ajahn Chandapalo e il venerabile  Jutindharo nel prendersi cura delle cose durante la mia assenza mi ha permesso di offrire sostegno ad Ajahn Amaro. Anche se non avevamo trascorso molto tempo insieme negli ultimi dodici anni, sentivamo entrambi un forte legame di amicizia, avendo condiviso i primi quattro anni di vita monastica nella stessa stanza a Chithurst e Harnham. Non sapendo quasi nulla su dove e come si sarebbe svolto il ritiro, ho avuto fiducia che le cose si sarebbero sistemate. In ogni aspetto la mia fede nella benevolenza dell’universo è stata ben riposta. Nonostante alcuni problemi organizzativi, il ritiro era ben strutturato e pronto per cominciare al nostro arrivo.</p>
<p>La nebbia del mattino che si alzava dalla valle e si dissolveva nell’aria mi ha offerto uno spunto sulla natura effimera di tutte le cose. Le innumerevoli cavallette che si accoppiavano nei campi sotto il sole caldo mi spronavano a superare definitivamente la lussuria. Quasi calpestare un serpente a sonagli mi ha ricordato della morte incombente. La paura di essere attaccato da un orso o spruzzato da una moffetta di notte mi ha fatto notare quanto fossi identificato con il corpo. La natura insegna in modo molto diretto, con una saggezza terrena. Se solo sapessimo ascoltarla, potremmo imparare molto. Visitare le Sequoie Rosse il giorno del mio 40° compleanno è stato come entrare in una cattedrale per una funzione religiosa. Gli alti alberi, alti più di 100 metri, erano come le colonne perfette del tetto di una chiesa.</p>
<p>Che tristezza riflettere sul disastro ecologico della nostra epoca! Un giorno il cielo era coperto dal fumo di un incendio: 12.000 acri di una riserva naturale vicina erano bruciati per la negligenza di alcuni campeggiatori che avevano lasciato incustodito il loro fuoco. Un momento di disattenzione può distruggere l’intero pianeta, così come un momento di rabbia può annullare i benefici di settimane di pratica spirituale. L’opportunità di restare in silenzio per la maggior parte del tempo e di respirare profondamente l’aria fresca di montagna mi ha permesso di sciogliere tensioni e ansie accumulate. Nel riconoscere la mia solitudine e il mio dolore, ho abbracciato in modo illimitato tutti gli esseri senzienti con un cuore sconfinato. Guardando l’erba secca mossa dal vento mi sono chiesto: “Da dove viene questa forza che muove l’universo?” Non ho ricevuto risposta dal vento e non ho costretto la mia mente a trovarne una. Volere porre fine alla sofferenza della nascita, vecchiaia, malattia e morte richiede coraggio. Volere la verità senza amore è una forma di arroganza. Imparare l’umiltà è morire nell’amore. Come viandante su questa cima di montagna senza sentieri, guardando il colle a forma di cuore nella valle sottostante, ho scoperto che la Terra si prende cura di noi, se la rispettiamo. Ho tratto beneficio da una vita vissuta nella semplicità, nella natura e nell’insuperabile Dhamma. Ancora una volta ho preso rifugio, votandomi a seguire il Sentiero del Buddha.</p>
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			</item>
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		<title>Percorso laico e religioso</title>
		<link>https://mahabodhi.it/blog/percorso-laico-e-religioso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[silvio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Sep 2025 06:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quale è la differenza tra un percorso laico ed uno religioso? Mario Thanavaro: Penso che secondo il modo usuale di interpretare la religione sia effettivamente il caso di parlare di differenze giacché ce ne possono essere anche molte, tutte riconducibili a diverse percezioni e concezioni del mondo e della condizione umana. Infatti religiosi e laici [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Quale è la differenza tra un percorso laico ed uno religioso?</h2>
<p>Mario Thanavaro: Penso che secondo il modo usuale di interpretare la religione sia effettivamente il caso di parlare di differenze giacché ce ne possono essere anche molte, tutte riconducibili a diverse percezioni e concezioni del mondo e della condizione umana. Infatti religiosi e laici danno solitamente risposte diverse e non di rado contrapposte su domande concernenti il significato dell’esistenza, a cominciare da quelle che riguardano l’origine del mondo (è frutto del caso o è stato creato? È fine a se stesso o tende ad uno scopo?), fino a quelle concernenti l’esistenza o meno di una via di salvezza o di liberazione. Tuttavia questa contrapposizione in realtà deriva dal fatto che noi abbiamo messo la spiritualità da una parte ed il mondo dall’altra, abbiamo letteralmente creato i due poli opposti dello schieramento che, a questo punto, possono solo confliggere: il mondo contro la spiritualità o, viceversa, la spiritualità contro il mondo. Occorre dire che questa scissione fra mondo e spirito non nasce dal nulla, è la conseguenza inevitabile della stessa condizione umana, segnata da quello che il Buddha chiama dukkha, la sofferenza e l’insoddisfazione esistenziale. Feriti sin dalla nascita dalla nostra condizione finita e mortale bramiamo di trascenderla, di attingere ad uno stato affrancato dalla sofferenza e dall’angoscia. Da sempre le religioni hanno prospettato un aldilà nel quale avrebbero finalmente termine le nostre pene, svalutando il mondo come luogo della sofferenza; di converso e per reazione, coloro che hanno abbandonata la speranza religiosa in un aldilà salvifico hanno cercato di realizzare il Paradiso sulla Terra, negando cittadinanza all’anelito al trascendimento di sé sito nel cuore di tutte le religioni. Ora, il messaggio di liberazione del Buddha rivela che entrambi questi atteggiamenti sono nello stesso tempo legittimi e parziali. Infatti la prospettiva cambia radicalmente se ci poniamo su un piano strettamente pragmatico, ossia se interpretiamo la religione come un modo per sconfiggere l’angoscia di sentirsi vulnerabili e separati dal mondo, per riconciliarci con esso scoprendo la natura interamente mentale di quella contrapposizione. Per esempio, nel cammino iniziatico il grande ruolo che vi svolge la tentazione riguarda proprio il fatto che essa in ultima analisi ci pone di fronte al dilemma esistenziale di sentirsi sospesi fra il desiderio di unità con il mondo e la paura che questo significhi esserne fagocitati, ossia di perdere la propria individualità. In virtù di ciò, la tensione che la persona religiosa avverte al proprio interno nei confronti del mondo può diventare una vera e propria porta iniziatica per il risveglio di una consapevolezza che si ponga al di là del dualismo spirito/mondo: riconoscendo il mondo per quello che è si può trascendere il conflitto interiore ricongiungendo questi due poli, scoprendo così la propria fondamentale libertà che coincide con la consapevolezza che, come afferma Gesù nel Vangelo di Giovanni, siamo nel mondo ma non siamo del mondo (“Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo” &#8211; Gv 17:16-18). Ebbene, questa prospettiva può essere fatta propria serenamente anche dal laico in quanto da questo punto di vista il mondo non è qualcosa che deve essere negato per accedere alla liberazione, al contrario, dev’essere abbracciato e compreso nella sua interezza, senza fughe in un aldilà comunque inteso, perché l’essere nel mondo e non del mondo non è altro che un nuovo atteggiamento nei confronti del mondo stesso. Indubbiamente le tradizioni religiose hanno il pregio di aver testimoniato, grazie alla vita di tanti praticanti, risvegliati e santi, l’efficacia delle loro dottrine o comunque di essere in grado di fornire dei riferimenti di fede, di proporre rituali o pratiche sulle quali i fedeli possono fondare le loro speranze o comunque costruire e accrescere la loro motivazione nell’affrontare le difficoltà della vita. Tuttavia l’aderire per fede ad una religione ed alle pratiche da essa proposte richiederà un atteggiamento di costante vigilanza al fine che non diventino strumenti per difendersi dal mondo. In questo contesto è necessario coltivare anche un continuo dialogo e confronto con se stessi. La riflessione e la meditazione, tanto in ambito religioso quanto laico, sono validi strumenti per accedere alla conoscenza di sé. Ritengo inoltre che questo cammino di crescita personale ed il risveglio di una maggiore consapevolezza di sé si possa avvalere anche di adeguate psicoterapie, anche se in ambito religioso l’obiettivo non è solo il superamento delle proprie nevrosi o il miglioramento della propria condizione esistenziale in quanto l’aderire in coscienza ad una religione presuppone ritenere essenziali delle domande di carattere escatologico, ossia quelle che riguardano l’origine e l’essenza di ogni sofferenza e di ogni perché. Io sono tuttavia convinto che ciascuno debba partire da dove si trova, qui ed ora, per cui è importante riconoscere quale sia il nostro atteggiamento di fondo, che esso sia di natura religiosa o laica, e partire da quello. In questo modo, approfondendolo e conoscendolo intimamente, non saremo più spirituali contro il mondo o laici contro la spiritualità e, riconciliandoci con quello che siamo, potremo scoprire annidato in noi l’altro polo, quello contro il quale prima ci ponevamo per definirci. Quindi, aldilà dei riferimenti di fede, è attraverso il nostro sentire che possiamo valutare attentamente se optare per una scelta laica o religiosa. A mio avviso non basta la vocazione o la forza attrattiva di una determinata comunità religiosa per essere spirituali. Non c’è alcun dubbio che la fede in una via di liberazione e la presenza di una comunità di persone incamminate sulla medesima via costituiscono un sostegno essenziale per intraprendere l’arduo percorso della conoscenza di sé. Per esempio, nel caso del Buddhismo si prende rifugio nel Buddha, nel Dhamma (la dottrina da lui insegnata) e nel Sangha (la comunità dei monaci e dei praticanti), i quali sono presenti sia come riferimenti storici, secondo le varie tradizioni buddhiste, sia come aspirazioni. Tuttavia non basta la loro presenza nell’immaginario del devoto, devono diventare un’esperienza diretta altrimenti si sono solo idealizzati, facendoli divenire il punto di riferimento di quello che si ritiene di dover realizzare. In altri termini, non si tratta di emulare il Buddha, di conoscere e praticare la sua dottrina e di far parte di una comunità bensì, attraverso le esperienze reali della nostra vita, di giungere alla comprensione di come tutto ciò sia già in noi e preme per manifestarsi. Ed è grazie a questa comprensione che nasce dall’accoglienza di sé come si è che li realizziamo pienamente. Allora iniziamo ad operare dalla prospettiva dell’illuminato, di colui o colei che è in armonia con se stesso/a e che di conseguenza vive nel mondo in pace e con un sentimento di apertura, di amore incondizionato.</p>
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		<title>Bodh Gaya – La Terra Sacra dell’Illuminazione</title>
		<link>https://mahabodhi.it/blog/bodh-gaya-la-terra-sacra-dellilluminazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[daniele]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Sep 2025 03:20:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Bodh Gaya non è soltanto un luogo geografico, ma un simbolo universale. È qui che oltre 2.500 anni fa il principe Siddhartha Gautama si sedette sotto un albero di ficus religiosa, abbandonò le pratiche ascetiche estreme e, dopo quarantanove giorni di meditazione profonda, raggiunse l’Illuminazione. Da quel momento divenne il Buddha e la storia dell’umanità [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Bodh Gaya non è soltanto un luogo geografico, ma un simbolo universale. È qui che oltre 2.500 anni fa il principe Siddhartha Gautama si sedette sotto un albero di ficus religiosa, abbandonò le pratiche ascetiche estreme e, dopo quarantanove giorni di meditazione profonda, raggiunse l’Illuminazione. Da quel momento divenne il Buddha e la storia dell’umanità non fu più la stessa.</p>
<p>Il documentario “Bodh Gaya – The Sacred Land of Buddhahood” (in lingua inglese) racconta in modo suggestivo non solo questo momento originario, ma anche tutto ciò che ha reso Bodh Gaya un punto di riferimento sacro, vivo ancora oggi. Le immagini guidano lo spettatore in un viaggio che unisce storia, spiritualità e vita quotidiana, restituendo l’atmosfera di un luogo che milioni di pellegrini considerano il cuore del buddhismo mondiale.</p>
<h2>Dalla ricerca del principe all’Illuminazione del Buddha</h2>
<p>Siddhartha era un giovane cresciuto tra gli agi della corte, protetto dal padre dai lati oscuri dell’esistenza. Ma quando incontrò per la prima volta la vecchiaia, la malattia e la morte, la sua vita cambiò radicalmente. A 29 anni rinunciò a tutto per cercare la verità.</p>
<p>Dopo sei anni di austerità inutili, accettò una ciotola di latte e riso offertagli dalla giovane Sujata. Fu il gesto che gli restituì la forza per sedersi sotto l’albero a Bodh Gaya. Lì comprese la via di mezzo, né nell’eccesso dei piaceri né nell’estremo rigore, e nella notte di luna piena raggiunse il risveglio. Da allora l’albero divenne il Bodhi Tree e il villaggio circostante prese il nome di Bodh Gaya.</p>
<h2>Il tempio Mahabodhi e i luoghi del risveglio</h2>
<p>Il cuore di Bodh Gaya è il Tempio Mahabodhi, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 2002. La sua architettura piramidale custodisce il Vajra Seat, il punto preciso dove il Buddha ottenne l’Illuminazione.</p>
<p>Intorno al tempio si trovano i luoghi che ricordano le sette settimane successive al risveglio: la collina da cui il Buddha contemplò con gratitudine l’albero, il sentiero della meditazione camminata, lo stagno in cui il naga lo protesse da una tempesta, e il luogo dove ricevette offerte dai primi devoti laici. Ogni angolo del complesso parla di memoria e devozione, e ancora oggi viene percorso da monaci e pellegrini con preghiere, prostrazioni e meditazioni silenziose.</p>
<p>Il documentario mostra Bodh Gaya come un luogo cosmopolita: templi thailandesi, giapponesi, birmani e bhutanesi convivono, portando stili architettonici e rituali diversi. Durante il Vesak, la festa che celebra nascita, Illuminazione e parinirvana del Buddha, migliaia di devoti arrivano da Sri Lanka, Thailandia, Vietnam e oltre. In inverno si svolge il Monlam tibetano, il Grande Festival della Preghiera, con migliaia di monaci in abiti cremisi che recitano sutra per la pace nel mondo.</p>
<p>Le scene più intense sono quelle che mostrano la varietà dei gesti di fede: le lampade accese, i canti che si alzano all’unisono, i pellegrini che compiono prostrazioni a corpo pieno, altri che meditano in silenzio sotto il Bodhi Tree. Ciascuno con il proprio linguaggio, ma tutti uniti da un unico desiderio: avvicinarsi al cuore dell’esperienza del Buddha.</p>
<h2>Declino, rinascita e compassione in azione</h2>
<p>La storia del tempio è stata complessa. Dopo invasioni e abbandoni, cadde in rovina e per secoli fu amministrato da culti estranei al buddhismo. Nell’Ottocento il riformatore singalese Anagarika Dharmapala fondò la Maha Bodhi Society e avviò una campagna internazionale che, con l’appoggio di figure come Gandhi e Tagore, portò al recupero del sito e alla sua gestione condivisa.</p>
<p>Oggi Bodh Gaya non è solo un luogo di culto, ma anche di compassione attiva. Scuole, cliniche e progetti sociali nati dall’impegno delle comunità buddhiste offrono istruzione e cure sanitarie in una delle regioni più povere dell’India. È la prova che l’insegnamento del Buddha non resta astratto, ma prende forma nel servizio agli altri.</p>
<p>Guardare <em>“Bodh Gaya – The Sacred Land of Buddhahood”</em> significa compiere un pellegrinaggio interiore. Il film mostra non solo i luoghi e i monumenti, ma soprattutto l’energia viva che li attraversa: i volti dei pellegrini, le voci delle preghiere, la resilienza del Bodhi Tree che continua a crescere dopo secoli di distruzioni.</p>
<p>Le immagini rendono evidente ciò che le parole possono solo evocare: Bodh Gaya è un ponte tra passato e presente, tra storia e fede, tra Oriente e Occidente.</p>
<p>Ti invitiamo a guardare qui sotto il video in lingua inglese per immergerti davvero in questa atmosfera unica e lasciarti ispirare dal luogo in cui l’Illuminazione è diventata realtà.</p>
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		<title>Mario Thanavaro, mio caro amico nel Dhamma</title>
		<link>https://mahabodhi.it/blog/mario-thanavaro-mio-caro-amico-nel-dhamma/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[silvio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Sep 2025 10:59:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anche se non ne ho un ricordo preciso, dobbiamo esserci incontrati per la prima volta al Vihara di Hampstead, nel nord di Londra, dove vivevano Ajahn Sumedho e i monaci nel 1978-79, prima di trasferirsi a Chithurst. Una cosa che però ricordo è la visita di sua madre, che sembrava piuttosto infelice del fatto che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Anche se non ne ho un ricordo preciso, dobbiamo esserci incontrati per la prima volta al Vihara di Hampstead, nel nord di Londra, dove vivevano Ajahn Sumedho e i monaci nel 1978-79, prima di trasferirsi a Chithurst. Una cosa che però ricordo è la visita di sua madre, che sembrava piuttosto infelice del fatto che suo figlio vivesse in un Vihara buddhista.</p>
<p>I miei primi ricordi più chiari di Mario Thanavaro risalgono ai primi tempi a Chithurst, quando era un giovane monaco amichevole e di supporto. In segno di apprezzamento per la sua amicizia, sponsorizzai il suo volo di ritorno in Italia per visitare la sua famiglia con gli ultimi soldi che avevo. Fu anche molto coraggioso nel chiedermi di rasargli la testa, pur sapendo che non avevo mai rasato la testa a nessuno se non a me stesso. Ricordo che i suoi capelli erano piuttosto folti dopo un mese di crescita, ma per fortuna riuscii a farlo senza provocare sangue, per quanto ricordi.</p>
<p>Nel 1983 abbiamo vissuto insieme in una casa nel Northumberland, che poi sarebbe diventata il monastero Aruna Ratanagiri (vicino New Castle in Gran Bretagna). All’epoca ero un Anagarika, e nella piccola casa vivevamo in cinque: tre monaci e due Anagarika. Avevamo molto lavoro da fare per ristrutturare la casa.</p>
<p>Mario Thanavaro trascorse del tempo a creare un motivo decorativo sulla pietra intorno al camino, che allora si trovava nella stanza che usavamo come sala del santuario. È ancora lì, ed è un ricordo piacevole per me quando torno a visitare quel luogo. Cinque uomini in una casa piccola potevano a volte far sentire la convivenza un po’ intensa, ma Mario Thanavaro portava un’energia positiva nella piccola comunità, specialmente con le sue pratiche devozionali. Gli piaceva cantare mantra, e qualcuno scherzava dicendo che era un monaco tibetano con le vesti Theravāda. Ricordo che insegnava mantra all’altro Anagarika, che stava attraversando un periodo difficile: fu un aiuto importante per lui.</p>
<p>Il suo atteggiamento positivo è ben rappresentato da una storia che mi raccontò della sua vita. Suo padre era nell’esercito, e per circostanze particolari anche lui passò un periodo nell’esercito. Per via delle sue aspirazioni spirituali non beveva alcol con gli altri soldati. Una sera, i suoi compagni tornarono ubriachi e, trovandolo a dormire, uno di loro decise di urinargli addosso. Mario Thanavaro raccontava questa storia sorridendo, aggiungendo: “Almeno era caldo!”</p>
<p>Prima di lasciare Harnham, fu invitato a tenere un discorso al gruppo buddhista di Newcastle e io lo accompagnai. Era ancora un monaco giovane, non abituato a parlare in pubblico, ma sembrava felice di farlo e tenne un bellissimo discorso sul Dhamma, molto apprezzato dal gruppo.</p>
<p>Nel 1988-89 siamo stati insieme al monastero Bodhinyanarama a Wellington, in Nuova Zelanda. Essendo un monastero nuovo, c’era molto da fare per sviluppare il sito. Ancora una volta, ho apprezzato la sua amicizia e la sua presenza di supporto e, come a Harnham, sentii la sua mancanza quando lasciò Bodhinyanarama per fondare un monastero buddhista in Italia.</p>
<p>Anche se Mario Thanavaro ha lasciato la vita monastica, la pratica del Dhamma e il supporto agli altri nella loro pratica restano centrali nella sua vita. Continuiamo a tenerci in contatto, scambiandoci auguri per il Vesak e qualche email. E ci godiamo del tempo insieme quando ho l’opportunità di visitare Santacittarama.</p>
<p>Spero che un giorno verrà a trovarmi a Chithurst e anche negli altri monasteri che contribuì a sviluppare in quei giorni pionieristici.</p>
<p><strong>Che tutti gli esseri siano liberi dalla sofferenza</strong></p>
<p><strong>Karuniko Bhikkhu</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-795" src="http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2025/09/thanavaro-karuniko-santacittarama-02.jpg" alt="" width="1200" height="750" srcset="http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2025/09/thanavaro-karuniko-santacittarama-02.jpg 1200w, http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2025/09/thanavaro-karuniko-santacittarama-02-980x613.jpg 980w, http://mahabodhi.it/wp-content/uploads/2025/09/thanavaro-karuniko-santacittarama-02-480x300.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1200px, 100vw" /></p>
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		<title>Celebrare il Vesak al Centro Maha Bodhi a Roma</title>
		<link>https://mahabodhi.it/blog/celebrare-il-vesak-al-centro-maha-bodhi-a-roma/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[daniele]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 May 2025 10:30:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Appuntamento domenica 25 maggio 2025 a Roma Nord Nel mese di maggio, i centri buddhisti di tutta Italia si preparano a celebrare il Vesak, la festa più sacra del calendario buddhista. Non si tratta soltanto di una ricorrenza simbolica, ma di un momento di profonda ispirazione e rinnovamento interiore. Il Vesak ricorda tre eventi fondamentali [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Appuntamento domenica 25 maggio 2025 a Roma Nord</strong></p>
<p>Nel mese di maggio, i centri buddhisti di tutta Italia si preparano a celebrare il <strong>Vesak</strong>, la festa più sacra del calendario buddhista. Non si tratta soltanto di una ricorrenza simbolica, ma di un momento di profonda ispirazione e rinnovamento interiore.</p>
<p>Il Vesak ricorda tre eventi fondamentali della vita del Buddha <strong>Siddhartha Gautama</strong>: la <strong>Nascita</strong>, il <strong>Risveglio</strong> (Bodhi) e il <strong>Parinibbana</strong>, la liberazione finale dal ciclo delle rinascite. Secondo la tradizione, tutti e tre si verificarono nello stesso giorno: quello della <strong>luna piena del mese di maggio</strong>. Nel 2025, la luna piena cade il 12 maggio, e attorno a questa data si svolgono le celebrazioni in molti luoghi del mondo.</p>
<h2>Una tradizione millenaria e sempre viva</h2>
<p>Siddhartha Gautama visse per circa 80 anni tra il VI e il V secolo a.C. nel nord dell’India. Conosciuto come il <strong>Buddha Sakyamuni</strong>, il “Risvegliato Saggio della tribù dei Sakya”, ha lasciato un insegnamento che da oltre 2500 anni continua a trasformare la vita di chi lo ascolta e lo mette in pratica.</p>
<p>Questa celebrazione è chiamata anche <strong>Vesak Puja</strong>, ed è un’occasione per fermarsi, respirare, ritrovare l’essenziale. Il Buddha non trasmise dogmi o imposizioni, ma indicò un <strong>Sentiero di consapevolezza e liberazione</strong>, accessibile a tutti, il <strong>Nobile Ottuplice Sentiero</strong>, fondato su:<br />
<strong>Retta comprensione, retto pensiero, retta parola, retta azione, retti mezzi di sostentamento, retto sforzo, retta presenza mentale, retta concentrazione.</strong></p>
<p>Questo cammino è l’essenza della pratica buddhista. Non richiede appartenenze, ma ascolto. Non chiede sacrifici, ma presenza. È un percorso che conduce, passo dopo passo, verso la fine della sofferenza.</p>
<h2>Un insegnamento per ogni tempo</h2>
<p>Si racconta che, poco prima del suo <strong>Parinibbana</strong>, il Buddha – ormai prossimo alla morte – si rivolse ai suoi discepoli disteso su un giaciglio. In quel momento, si udirono dal cielo canti e melodie celesti in suo onore. Ma egli disse al suo devoto assistente <strong>Ananda</strong> che il giusto modo per onorare il <strong>Tathagata</strong> non consiste in omaggi esteriori. L’unico vero omaggio è vivere una vita guidata da <strong>purezza</strong>, <strong>concentrazione</strong> e <strong>saggezza</strong>, con totale dedizione e costanza.</p>
<p>La sua ultima esortazione, rimasta come faro per generazioni di praticanti, fu chiara e profonda: <strong>“Transitorie sono le cose composte, soggette all’impermanenza; ogni cosa nata deve perire. Esercitatevi con sollecitudine!”</strong></p>
<p>Queste parole non suonano come un ammonimento, ma come un invito amorevole. La vita è impermanente, fragile e preziosa. Non possiamo permetterci di rimandare il lavoro interiore. Ogni giorno è un’opportunità per coltivare comprensione, pace, compassione.</p>
<h2>Vesak 2025 al Centro Maha Bodhi – Roma Nord</h2>
<p>Per celebrare il Vesak, il <strong>Centro Maha Bodhi</strong> ospita un incontro speciale <strong>domenica 25 maggio 2025</strong>, guidato da <strong>Mario Thanavaro</strong>.</p>
<p><strong>Dalle ore 17:00 alle 20:00</strong>, sarà possibile partecipare a un pomeriggio di <strong>meditazione</strong>, <strong>insegnamenti</strong> <strong>e riflessioni sul senso della vita</strong>, insieme alla comunità dei praticanti.</p>
<p>Non si tratta di una cerimonia formale, ma di uno spazio di autenticità. Un tempo per stare con ciò che c’è, con apertura e silenzio.<br />
Un’occasione per <strong>rinnovare l’impegno nel Dhamma</strong>, approfondire la visione interiore e lasciar andare ciò che ostacola il nostro <strong>Risveglio Spirituale</strong>.</p>
<p>Il Vesak ci ricorda che il Risveglio è possibile, oggi, qui, per ognuno di noi. Non è riservato ai santi o agli eremiti. È un potenziale presente in ogni essere umano, pronto a manifestarsi quando mente e cuore si armonizzano nella pratica.</p>
<h2>📌 Dettagli dell’evento</h2>
<p>📅 <strong>Data</strong>: Domenica 25 maggio 2025<br />
🕓 <strong>Orario</strong>: 17:00 – 20:00<br />
📍 <strong>Luogo</strong>: Centro MAHA BODHI<br />
Via Angelo Scarenzio, 13 int. 9 – ROMA NORD</p>
<p>La partecipazione è <strong>a libera offerta</strong>, ma <strong>riservata a chi prenota in anticipo</strong>.</p>
<p><strong>📧 Per riservare il tuo posto:</strong><br />
<a href="mailto:mariothanavaro@tiscali.it">mariothanavaro@tiscali.it</a><br />
📱 Oppure scrivi su <strong>WhatsApp</strong>: 333 507 8367</p>
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