Blog

Cittaviveka: la casa che restaurò anche noi

Quando ripenso a Cittaviveka, non vedo anzitutto un edificio compiuto, un monastero già riconosciuto o una comunità ben organizzata. Vedo una casa malandata nella campagna del West Sussex, un piccolo gruppo di monaci occidentali, muri umidi, finestre da riparare, tubature da posare, ortiche più alte di un uomo. E vedo noi stessi: giovani, inesperti, animati da una grande fiducia nel Dhamma e ancora incapaci di immaginare ciò che sarebbe nato da quella fatica.

Il monastero di Chithurst fu costruito due volte. La prima con mattoni, legno, cemento, pale e carriole. La seconda dentro di noi, attraverso la pazienza, la disciplina, il servizio e il progressivo abbandono delle preferenze personali. Le due costruzioni, in realtà, furono una cosa sola.

Da un terremoto alla ricerca spirituale

Sono nato nel 1955 nel Nord-Est d’Italia. Fin da ragazzo ero attratto dalle arti: studiavo musica, danza e teatro e desideravo diventare un musicista professionista. A diciotto anni andai per la prima volta in Inghilterra, dove studiai musica e lavorai anche in un fast food. Tornai poi in Italia per svolgere, con riluttanza, il servizio militare.

La sera del 6 maggio 1976, il terremoto del Friuli provocò 989 vittime. La violenza di quell’evento diede alla mia ricerca interiore un’urgenza nuova. In pochi secondi, ciò che consideriamo stabile può scomparire. Compresi non come idea, ma quasi fisicamente, l’impermanenza della vita e la vastità della sofferenza umana.

Ero cresciuto nel cristianesimo e conservavo un legame profondo con il Vangelo e con la figura di Gesù. In quegli anni, tuttavia, mi interessavano anche la musica e la spiritualità dell’India, lo yoga e la meditazione. La fede cristiana mi aveva trasmesso aspirazione e devozione; l’insegnamento buddhista mi appariva particolarmente concreto nell’affrontare le contaminazioni della mente. Non vissi il passaggio dall’una all’altro come un rifiuto. Pensavo che Gesù avesse condotto una vita molto simile a quella di un monaco mendicante. Il mio cammino buddhista fu, per me, uno sviluppo della ricerca spirituale già iniziata.

Leggendo un libro di Christmas Humphreys scoprii che in Inghilterra esistevano dei centri buddhisti. In modo quasi casuale, in un ristorante vegetariano di Padova, incontrai un praticante che mi parlò di Oakenholt, un centro vicino a Oxford dove si tenevano ritiri di dieci giorni. Avevo ventidue anni e partii per l’Inghilterra con un’intenzione molto chiara: volevo diventare monaco. Non sapevo quasi nulla della vita monastica, ma sapevo di dover cercare un maestro e una comunità.

L’incontro con Ajahn Sumedho

Nell’ottobre del 1977 arrivai a Oakenholt. Speravo di trovare un monastero; trovai invece un centro di meditazione. Il ritiro in corso, però, era guidato da Ajahn Sumedho e Ajahn Viradhammo: furono i primi bhikkhu che incontrai nella mia vita.

Avevo da poco letto Autobiografia di uno yogi e credevo di voler diventare uno yogi. Vedendo quei monaci, la mia aspirazione prese immediatamente una forma più precisa: volevo diventare un bhikkhu. Lo stile di vita della comunità mi ricordava l’ordine di san Francesco: povertà, rinuncia, fraternità, servizio. Chiesi ad Ajahn Sumedho di accettarmi come discepolo.

Mi invitò all’Hampstead Vihara di Londra, mi scrisse una lettera di raccomandazione e mi disse di presentarmi. Fu Ajahn Khemadhammo ad aprirmi la porta. Al ritorno di Ajahn Sumedho chiesi gli Otto Precetti e divenni anagarika, letteralmente “senza dimora”.

La piccola comunità viveva una situazione insolita. Quei monaci occidentali si erano formati nelle foreste thailandesi con Ajahn Chah e ora tentavano di conservare, nel cuore di Londra, il ritmo della tradizione della foresta: i canti del mattino e della sera, la meditazione, la questua, la disciplina del Vinaya. Intorno a loro c’erano il traffico, le case, i vicini, gli appuntamenti e i visitatori. Era un trapianto spirituale delicato: bisognava mantenere vive le radici senza pretendere che l’Inghilterra diventasse la Thailandia.

Il segreto della cucina

Come anagarika fui incaricato soprattutto della cucina. Nella tradizione dei monaci della foresta i bhikkhu non cucinano per la comunità; il compito viene affidato ai novizi o a coloro che trascorrono un periodo di formazione al servizio del Sangha.

Un altro anagarika, Jerry, era capace di realizzare un bellissimo ritratto di Ajahn Chah, ma in cucina aveva meno talento. Gli ingredienti disponibili erano quasi sempre gli stessi: riso, farina, olio e poche verdure. Non si poteva parlare di alta cucina. Quando iniziai a preparare i pasti, tuttavia, i monaci notarono una differenza. Ajahn Sumedho un giorno scese in cucina e mi domandò perché il mio cibo fosse più leggero e digeribile, pur essendo fatto con gli stessi ingredienti.

Esitai un poco, poi gli dissi: “Venerabile Sumedho, cucino con amore”. Mentre lavoravo recitavo preghiere e mantra, cercando di mettere il cuore in ciò che facevo. Quello era il mio ingrediente segreto.

Essere apprezzato come cuoco, però, creò un problema inatteso. Io desideravo uscire dalla cucina e ricevere l’ordinazione. Un giorno Ajahn Sumedho, tornando dalla questua, disse scherzando: “Mi piace anche la cucina messicana. Quando troveremo un cuoco messicano, potrai diventare novizio”.

Circa un mese dopo una donna messicana bussò alla porta del Vihara. Era stata mandata da Ajahn Khemadhammo e desiderava offrire un pasto al Sangha. Scoprii che aveva un legame proprio con il ristorante vegetariano di Padova nel quale avevo ricevuto l’indirizzo di Oakenholt. Era giunta in Inghilterra dopo una dolorosa vicenda personale e aveva incontrato la comunità monastica durante un ritiro. Quel giorno offrì, naturalmente, cibo messicano.

Proprio in quelle ore arrivò la notizia che avrei potuto ricevere l’ordinazione insieme a un candidato singalese. Nel giorno di Vesak del 1978 divenni samanera, novizio, con il nome Bhaddiya. La coincidenza ci fece sorridere, ma conteneva anche un insegnamento: quando un’aspirazione è sincera, talvolta la vita risponde con una precisione che supera i nostri calcoli.

Londra, 1978. L’ordinazione da samanera di Ajahn Thanavaro.

Dal Vihara di Londra a Chithurst House

La presenza di Ajahn Sumedho in Inghilterra derivava dall’incontro fra due storie. Da una parte vi era l’English Sangha Trust, fondata nel 1956 e presieduta da George Sharp, con l’intento di stabilire un autentico ordine monastico buddhista nel Paese. Dall’altra vi era la tradizione di Ajahn Chah, che nel 1977 visitò l’Hampstead Vihara e riconobbe la possibilità che il Dhamma mettesse radici in Occidente. Tornando in Thailandia, lasciò Ajahn Sumedho e alcuni discepoli occidentali in Inghilterra.

Ben presto fu evidente che la casa londinese non era adatta alla formazione di monaci della foresta. Durante una questua, Ajahn Sumedho incontrò un uomo incuriosito dalle sue vesti. Quell’uomo possedeva Hammer Wood, un bosco abbandonato nel West Sussex, e in seguito decise di donarlo alla comunità. Poiché nel bosco non era possibile costruire, nel 1979 l’English Sangha Trust acquistò una grande casa poco distante, costruita nel 1862 e circondata da terreni e fabbricati. Era Chithurst House.

La proprietà si trovava in condizioni pessime. Fui tra i primi a entrare nella vecchia casa e a iniziare la preparazione delle docce, degli scarichi e delle strutture indispensabili. Lasciare Hampstead non significava soltanto cambiare indirizzo. Significava passare da una strada londinese, con il suo rumore e il continuo arrivo di persone, al ritmo lento delle stagioni, del vento tra le travi e della luce che filtrava da una finestra scheggiata.

Il lavoro come pratica

A Hampstead cucinavo ogni giorno per sette persone: quattro bhikkhu e tre laici. A Chithurst mi ritrovai a cucinare sei giorni alla settimana per circa trenta monaci e residenti laici. La domenica, generalmente, i devoti thailandesi o singalesi offrivano il pasto. Nel pomeriggio lavoravo nel giardino murato, inizialmente invaso da ortiche più alte di me, sotto la supervisione severa di Walter Stangl, un laico austriaco che raccontava spesso la sua esperienza in un campo di prigionia in Siberia dopo la Seconda guerra mondiale.

Scavammo trincee per le fognature e i tubi di drenaggio, trasportammo ghiaia, impastammo cemento, riparammo finestre, combattemmo l’umidità e trattammo il legname. Una volta dovetti spruzzare un prodotto contro i funghi del legno nell’attico, portando sulle spalle un serbatoio simile a quelli usati in agricoltura. Lo spazio tra le travi era strettissimo. Misi un piede nel posto sbagliato, sfondai il soffitto e rimasi incastrato tra i travetti. Gridai, ma nessuno mi sentì. Dovetti liberarmi da solo.

Nella comunità non si parlava molto e in diverse occasioni provai una solitudine intensa. Alla fine della giornata ero spesso esausto; durante la meditazione serale la sonnolenza prendeva il sopravvento. All’inizio poteva sembrare che il lavoro sottraesse tempo alla pratica. Gradualmente compresi che quel progetto apparentemente interminabile doveva diventare esso stesso una forma di meditazione.

Avrei voluto concentrare la mente e sperimentare la tranquillità, ma le circostanze non permettevano di rimanere immobili a lungo. La pratica non consisteva soltanto nel raggiungere uno stato tranquillo. Consisteva nell’incontrare ciò che si presentava: una trave marcia, una pentola per trenta persone, la stanchezza, la frustrazione, il carattere di un compagno, il proprio desiderio di fare altro.

Il lavoro manuale mi ha accompagnato per gran parte della vita monastica. A Harnham, insieme ad Ajahn Anando, fui nuovamente coinvolto in importanti restauri e dovetti sottrarre ore al sonno per recuperare la meditazione attraverso la “pratica del seduto”, rimanendo sveglio nella postura meditativa. Anni dopo, fondando Santacittarama in Italia, mi trovai ancora una volta a costruire fisicamente le fondamenta di un monastero. Il nome ricevuto con l’ordinazione, Thanavaro, significa “fondamento eccellente”. Solo in seguito compresi quanto quel nome avrebbe assunto un senso concreto.

Il Buddha dei topi

Chithurst House era stata trascurata per molti anni. A un certo punto apparve un numero impressionante di topi. Le norme igieniche inglesi erano severe e chiamare le autorità avrebbe significato lo sterminio degli animali con un veleno particolarmente doloroso. I vicini si accorsero del problema e avvertirono il servizio sanitario, che concesse alla comunità pochi giorni per risolverlo.

Ci riunimmo per decidere cosa fare. Qualcuno propose di usare noi stessi un prodotto meno crudele. Chiesi tre giorni per tentare una soluzione diversa. Passò il primo giorno, poi il secondo, senza alcun risultato. Domandai altre ventiquattro ore.

Pensai: se noi abbiamo il Buddha, forse anche i topi hanno il loro Buddha. Pregai allora il “Buddha dei topi”: “Devi fare qualcosa, perché altrimenti questi animali verranno uccisi. Di’ loro di andarsene”. Nell’ultimo giorno i topi scomparvero improvvisamente.

Non pretendo di offrire una spiegazione. Posso soltanto dire ciò che accadde e ciò che ne imparai: prima di accettare la violenza come inevitabile, vale la pena dare alla compassione tutto lo spazio e tutta la fiducia possibili.

Freddo, austerità e paziente sopportazione

Nei primi tempi non c’erano camere sufficienti per tutti. Per un periodo condivisi la stanza con Ajahn Sumedho e Ajahn Viradhammo; più tardi vissi con Ajahn Amaro in un piccolo kuti nel bosco. Faceva tanto freddo che dormivo dentro tre sacchi a pelo, indossando una tuta verde della Royal Air Force.

Mangiavamo una sola volta al giorno, senza colazione. La disciplina era rigorosa e i monaci più giovani rimanevano spesso in monastero, con pochi contatti con i laici. Ajahn Chah definiva la nostra pratica “paziente sopportazione”. A Chithurst quelle parole non erano una massima spirituale da ammirare: erano una descrizione esatta della giornata.

Eppure proprio la disciplina, che avrebbe potuto sembrare un ostacolo alla diffusione del Sangha in Occidente, divenne un ponte verso le persone. I vicini osservavano la modestia, la non violenza e la coerenza della comunità. Un contadino rimase colpito dal fatto che non uccidessimo i conigli per mangiarli e che, al contrario, spendessimo denaro per costruire una recinzione che li tenesse lontani dall’orto. La fiducia nacque meno dalle spiegazioni filosofiche che dai gesti concreti.

Chithurst – Bhikkhu Thanavaro e Nanadass

L’upasampada sul Tamigi

Il 27 ottobre 1979 ricevetti l’upasampada, l’ordinazione completa come bhikkhu, a bordo di una barca sul Tamigi. Non essendo ancora stata stabilita sulla terraferma una sima, il confine rituale necessario per l’ordinazione, attendemmo che salisse la marea per celebrare la cerimonia entro una “sima d’acqua”.

Il mio precettore fu il venerabile Saddhatissa Maha Thera; tra i miei maestri vi erano Ajahn Sumedho e il venerabile Lakkana. In quell’occasione ricevetti il nome Thanavaro, “Fondamento eccellente”. Divenni il primo monaco occidentale formato nei monasteri di Ajahn Chah a ricevere l’ordinazione completa in Inghilterra.

Agli occhi del pubblico britannico, l’ordinazione di monaci buddhisti su una barca poteva apparire un evento eccentrico. Per me il fiume rappresentava perfettamente ciò che stava accadendo. Una forma antica attraversava una terra nuova, adattandosi alle circostanze senza perdere la propria essenza.

Il Tamigi scorreva, la marea saliva, e il Sangha metteva radici.

Un monastero praticato fino a esistere

Dopo anni di intenso lavoro, nel 1981 Chithurst ottenne il riconoscimento necessario perché la casa e il bosco fossero usati come monastero e perché vi fosse stabilita una sima per le ordinazioni. Cittaviveka divenne un luogo nel quale monaci, monache e laici potevano vivere secondo una disciplina morale, praticare la meditazione ed essere guidati dalla saggia riflessione.

La sua funzione più profonda non era offrire una fuga dal mondo, ma rendere visibili i movimenti della mente: irrequietezza, orgoglio, desiderio, irritazione, noia, invidia, avversione e dubbio. Rinunciare temporaneamente alle preferenze personali per l’armonia della comunità faceva emergere molte resistenze. Il monastero diventava così uno specchio. Non chiedeva di reprimere ciò che appariva, ma di conoscerlo, attraversarlo e lasciarlo andare.

Rimasi a Chithurst per circa cinque anni di formazione monastica e trascorsi poi un periodo ad Aruna Ratanagiri, a Harnham. Nel 1985 partii con Ajahn Viradhammo per la Nuova Zelanda, contribuendo alla nascita di un vihara a Wellington. Nel 1990 tornai in Italia per fondare Santacittarama, il primo monastero theravada italiano, del quale fui abate per sei anni.

Guardando indietro, mi sento parte di una generazione di pionieri, ma non nel senso eroico della parola. Eravamo persone che mescolavano cemento, portavano ghiaia, preparavano pasti, sopportavano il freddo e cercavano di trasformare ogni difficoltà in un’occasione di pratica. Il dono di sé alla situazione fu uno degli elementi più forti della mia formazione.

A cinquant’anni dalla nascita di Cittaviveka, ciò che ricordo con maggiore gratitudine non è un’impresa grandiosa. Ricordo mani ordinarie al lavoro, cibo semplice, stanze fredde, momenti di gioia e di solitudine, errori, coincidenze sorprendenti e un compito che sembrava non finire mai.

Noi restauravamo la casa, ma la casa restaurava noi.

Riparavamo le fondamenta e, nello stesso tempo, imparavamo a riconoscere le fondamenta della vita spirituale: la generosità, la non violenza, la pazienza, la presenza mentale e la disponibilità a servire qualcosa di più grande del proprio io.

Cittaviveka non fu semplicemente costruito. Giorno dopo giorno, fu praticato fino a esistere.

 

Chithurst House

Altri articoli del Blog

Scegli Lingua »