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Vincenzo Piga – L’uomo che seminò il Dharma in Italia

Ci sono persone delle quali conserviamo il ricordo per un incontro, una parola ricevuta nel momento opportuno o un gesto di particolare gentilezza; altre, invece, incidono sul cammino di molti senza che la portata della loro opera sia immediatamente riconoscibile, perché dedicano la propria esistenza a preparare condizioni che daranno frutto soltanto negli anni successivi. Quando ripenso al periodo in cui il Buddhismo cercava di mettere radici stabili in Italia, mi torna alla mente Vincenzo Piga, un uomo che non si limitò a riconoscere il valore degli insegnamenti del Buddha, ma volle creare le possibilità concrete affinché altre persone potessero conoscerli, praticarli e trasmetterli.

Vincenzo non era un monaco, né un maestro spirituale nel senso tradizionale del termine. Era un giornalista, un uomo impegnato nella vita pubblica, un organizzatore instancabile, capace di entusiasmi generosi e di convinzioni tenaci, il cui carattere, secondo le testimonianze di chi gli fu vicino, poteva anche risultare difficile. Eppure proprio questa combinazione di energia, determinazione e dedizione lo rese una presenza decisiva nella formazione di numerose realtà buddhiste italiane. In lui la ricerca spirituale non cancellò l’esperienza civile e politica precedente, ma contribuì a darle un nuovo orientamento: non soltanto modificare le condizioni esteriori della società, bensì comprendere come la trasformazione della coscienza possa rendere più autentico il servizio rivolto agli altri.

Dalla prova della guerra alla trasformazione della coscienza

Nato a Thiene nel 1921, Vincenzo conobbe da giovane l’esperienza dolorosa della Seconda guerra mondiale e dell’internamento, dopo il rifiuto di aderire all’esercito tedesco. Maria Angela Falà, nel ricordo che gli dedicò sulla rivista Dharma nel 1999, racconta come, durante la prigionia, cercasse di organizzare la vita dei compagni e di distribuire con equità le risorse disponibili, arrivando a escogitare piccoli accorgimenti per far durare più a lungo persino quel poco cibo che veniva loro assegnato. È un episodio che mi colpisce perché mostra una disposizione alla responsabilità e alla solidarietà già presente molto prima che Vincenzo incontrasse formalmente il Buddhadharma.

Dopo la guerra studiò giurisprudenza a Padova, lavorò nel mondo sindacale e giornalistico, collaborò con l’Avanti! e svolse importanti incarichi in ambito europeo. Al Comitato Economico e Sociale della Comunità Europea, secondo la testimonianza di Maria Angela Falà, sostenne idee che allora potevano apparire premature, come una moneta europea comune, e si batté contro l’impiego dell’amianto nelle costruzioni. La sua storia rivela dunque una costante: la convinzione che gli ostacoli non debbano diventare un alibi per rinunciare a ciò che si ritiene giusto.

Fu a Bruxelles, in un momento di ricerca e di ripensamento, che si avvicinò al Buddhismo attraverso incontri e insegnamenti della tradizione tibetana. In un’intervista rilasciata nel 1996 a Roberto Minganti e Fiorella Òldoini, Vincenzo spiegò che questa scoperta aveva cambiato il suo modo di intendere l’impegno sociale: aveva compreso che non bastava intervenire sulle strutture esterne se la mente umana continuava a essere dominata dall’avidità, dall’invidia e dall’attaccamento. Era necessario, piuttosto, imparare a riconoscere e trasformare quelle condizioni interiori che, se ignorate, finiscono per riprodurre anche nelle istituzioni le stesse forme di sofferenza che vorremmo eliminare.

Questa intuizione è ancora di grande attualità, perché talvolta pensiamo alla meditazione come a un’attività separata dalla vita, mentre l’insegnamento del Buddha ci invita a osservare in profondità le motivazioni delle nostre azioni e a riconoscere che non esiste una contrapposizione necessaria tra la cura di sé e la cura degli altri. Quando impariamo a conoscere la nostra mente, diventiamo più capaci di ascoltare, di agire responsabilmente e di non trasferire automaticamente sugli altri le nostre paure o le nostre inquietudini. Vincenzo aveva colto questo legame e lo tradusse in ciò che sapeva fare meglio: creare relazioni, promuovere iniziative, mettere a disposizione risorse e favorire il sorgere di comunità.

Ritratto di Vincenzo Piga

Vincenzo Piga (1921–1998), tra i principali pionieri della diffusione del Buddhismo in Italia.

Un Buddhismo italiano, unito nella diversità

Quando Vincenzo iniziò a impegnarsi nella diffusione del Dharma, i centri buddhisti presenti in Italia erano ancora relativamente pochi e spesso lontani gli uni dagli altri, mentre la conoscenza delle tradizioni asiatiche rimaneva circoscritta a gruppi di studiosi e praticanti. Egli comprese che non sarebbe bastato organizzare conferenze o invitare occasionalmente maestri dall’estero: occorreva dare continuità agli incontri, sostenere luoghi di pratica, offrire strumenti culturali e favorire il dialogo tra le diverse scuole, affinché il Buddhismo potesse inserirsi nella società italiana senza perdere la propria autenticità.

Nel 1982 fondò Paramita, rivista che divenne un punto di riferimento per lo studio e il confronto, e contribuì a sostenere centri e istituti di differenti tradizioni, tra cui l’Istituto Lama Tzong Khapa di Pomaia e l’Istituto Samantabhadra. La Fondazione Maitreya, alla quale destinò una parte importante dei propri beni, fu un’ulteriore espressione della sua fiducia nella cultura e nella formazione. Fu inoltre una figura fondamentale nello sviluppo dell’Unione Buddhista Italiana, impegnandosi affinché le comunità buddhiste potessero essere riconosciute e rappresentate nel rapporto con le istituzioni dello Stato.

Il suo ideale non consisteva nel far prevalere una tradizione sulle altre. Vincenzo amava richiamarsi all’Ekayāna, l’idea di un’unica via nella quale la diversità delle forme non impedisce di riconoscere la comune aspirazione alla liberazione dalla sofferenza. Non sorprende, allora, che avesse suggerito l’espressione «Unità nella diversità» per un importante incontro buddhista europeo del 1992. Dietro quelle parole non vi era il desiderio di appiattire gli insegnamenti, bensì l’intuizione che la vera unità non si costruisce negando le differenze, ma imparando a incontrarle con rispetto, senza trasformarle in motivo di separazione.

La casa donata al Sangha e la nascita del Santacittarama

Tra i diversi progetti ai quali Vincenzo dedicò la propria energia, uno tocca in modo particolare la mia storia: la nascita del monastero Santacittarama, prima dimora italiana della Tradizione della Foresta Theravāda. Il racconto di Stefano Brunori, che conobbe Vincenzo e aveva approfondito personalmente diverse scuole buddhiste, permette di ricostruire un passaggio significativo di questa vicenda. Vincenzo gli confidò il desiderio di mettere a disposizione una casa situata tra Roma e Napoli per accogliere un maestro proveniente dall’Asia; pensava inizialmente allo Sri Lanka, perché il suo sogno era che tutte le grandi tradizioni potessero trovare nel nostro Paese una presenza stabile e riconoscibile.

Stefano gli parlò allora del venerabile Ajahn Chah, della tradizione monastica thailandese e di Ajahn Sumedho, uno dei suoi più noti discepoli occidentali, ricordandogli inoltre che a quella stessa tradizione apparteneva un monaco italiano, Thanavaro, che in quel periodo si trovava in Nuova Zelanda. Fu su questo suggerimento che Vincenzo avviò i contatti con Ajahn Sumedho, e Stefano, come egli stesso riferisce, fece da interprete durante il nostro primo incontro. Da quella trama di disponibilità, fiducia e incontri prese forma un progetto destinato a diventare una presenza significativa nella storia del Buddhismo italiano.

Vincenzo decise di mettere la proprietà a disposizione del Sangha dei Monaci della Foresta, contribuendo così alla nascita del Santacittarama a Sezze, successivamente trasferitosi a Frasso Sabino. Ebbi il privilegio e la responsabilità di partecipare alla fondazione di quella comunità e di esserne il primo abate. Guardando a quegli anni, riconosco come un monastero non nasca soltanto perché esiste un edificio disponibile: esso prende vita quando persone diverse, monaci e laici, comprendono il valore della pratica e scelgono di sostenerla, ciascuna secondo le proprie possibilità. Il dono materiale diventa allora espressione di qualcosa di più profondo, perché crea le condizioni affinché altri possano incontrare il silenzio, la disciplina, la meditazione e la libertà interiore.

Stefano Brunori conserva anche un ricordo curioso, che riguarda una mia lettera a Vincenzo, nella quale esprimevo la disponibilità a occuparmi del futuro centro e, nello stesso tempo, chiedevo che mi fosse procurato un incontro con il Papa. Vincenzo, esperto conoscitore delle difficoltà istituzionali, ne rimase sorpreso; e tuttavia, alcuni anni dopo, nel 1995, ebbi effettivamente occasione di incontrare Papa Giovanni Paolo II, dopo essere stato eletto presidente dell’Unione Buddhista Italiana nel 1993. Per me questo episodio non rappresenta qualcosa di straordinario da attribuire a una persona, ma ricorda quanto possa essere feconda una sincera volontà di dialogo, soprattutto quando non ci lasciamo scoraggiare dalle distanze apparenti tra mondi differenti.

La comunità come amicizia spirituale

Una delle intuizioni più fertili di Vincenzo riguardava il valore del Sangha, che nell’intervista del 1996 descriveva non come una semplice appartenenza organizzativa, ma come una rete viva di reciproco sostegno. Egli osservava che, in Occidente, si rischiava di concentrarsi eccessivamente sul rapporto individuale con il maestro, sugli incontri e sulla lettura degli insegnamenti, trascurando la qualità della relazione tra i praticanti, che invece si aiutano a comprendere e a trasformare le proprie esperienze quotidiane.

Queste considerazioni si avvicinano a ciò che nel Buddhismo chiamiamo kalyāṇamittatā, amicizia spirituale. Il buon amico non è semplicemente colui che ci rassicura o approva ogni nostra scelta, ma chi ci accompagna con sincerità, ci incoraggia quando siamo scoraggiati e ci aiuta, talvolta anche attraverso un confronto difficile, a riconoscere ciò che ancora non vediamo di noi stessi. Vincenzo aveva un carattere energico e non era sempre facile lavorare con lui; Maria Angela Falà lo ricorda proprio per quella sua tenacia che poteva suscitare discussioni accese e che, nello stesso tempo, obbligava a cercare risposte nuove. Ricordarlo con gratitudine non significa dimenticare questi tratti, bensì riconoscere come la vita spirituale attraversi sempre l’umanità concreta delle persone, con i loro limiti e le loro possibilità.

Nel commovente ricordo di Mariella Castagnino emerge un volto ancora diverso di Vincenzo: quello dell’amico presente nella vita quotidiana, delle telefonate del primo mattino, delle iniziative culturali organizzate insieme e delle giornate trascorse con la moglie Giuseppina a preparare la distribuzione di Paramita. Mariella racconta come chiamasse scherzosamente «la giostra» il lavoro collettivo di imbustamento della rivista e come arrivasse a spedirne una copia persino a se stesso, per verificare i tempi delle poste. In gesti così semplici riconosciamo un impegno che non aveva bisogno di esibizione: la cura dei dettagli, la perseveranza nel servizio, l’attenzione alla relazione umana.

La generosità, dāna, è spesso il primo passo del cammino buddhista proprio perché ci invita a sciogliere la presa del possesso e a scoprire la gioia di contribuire al benessere altrui. Secondo le testimonianze di chi gli fu vicino, Vincenzo conduceva una vita sobria, mentre destinava una parte notevole dei propri beni a progetti di pratica, studio e divulgazione. Il valore di un dono non risiede soltanto nella sua entità, ma anche nell’intenzione che lo anima e nelle possibilità di bene che è capace di aprire nel tempo.

La libertà religiosa e il dialogo con la cultura italiana

Vincenzo comprese inoltre che la diffusione del Buddhismo non poteva prescindere dal suo riconoscimento nel contesto civile italiano. Si impegnò con determinazione per l’Unione Buddhista Italiana, che ottenne il riconoscimento della personalità giuridica nel 1991, e lavorò per avviare il percorso che avrebbe condotto all’Intesa con lo Stato, poi recepita, dopo la sua scomparsa, dalla legge n. 245 del 31 dicembre 2012. La distinzione tra questi due passaggi è importante, ma ancora più importante è comprenderne il significato: la libertà religiosa, per essere vissuta concretamente, ha bisogno anche di condizioni sociali, giuridiche e istituzionali che rendano possibile la vita delle comunità.

La sua idea del futuro era tuttavia ben più ampia di un riconoscimento formale. Vincenzo immaginava un Buddhismo capace di dialogare con la cultura razionale, filosofica, scientifica e cristiana del nostro Paese, senza imporsi come un corpo estraneo e senza rinunciare alla propria profondità. Si trattava di imparare gli uni dagli altri, riconoscendo che nessuna cultura esaurisce da sola tutte le possibilità della comprensione umana. Questa apertura è vicina anche alla mia esperienza: il dialogo autentico non ci chiede di confondere le tradizioni, ma di incontrare l’altro senza timore, ascoltando ciò che la sua ricerca può insegnarci.

Vincenzo Piga durante una conferenza

Vincenzo Piga, fondatore della Fondazione Maitreya e protagonista del dialogo tra le tradizioni buddhiste in Italia.

Il nome Maitreya e la fiducia nel futuro

Trovo significativo che Vincenzo abbia scelto il nome Maitreya per la fondazione alla quale affidò tanta parte del proprio impegno. Nella tradizione buddhista Maitreya è il Buddha futuro, associato alla benevolenza e all’amore universale; e, nelle parole di Vincenzo, quel nome esprimeva una fiducia nella possibilità che l’umanità maturasse una forma più ampia di comprensione reciproca. Non si trattava, a mio avviso, di attendere passivamente un futuro migliore, ma di lavorare affinché potessero emergere fin da ora le condizioni della pace.

Vincenzo morì il 14 novembre 1998, senza vedere compiuti tutti i progetti ai quali aveva dedicato energie e risorse. Eppure, quando una comunità continua a praticare, quando una persona trova negli insegnamenti un orientamento per la propria vita o quando tradizioni diverse imparano a riconoscersi con rispetto, possiamo scorgere qualcosa dei frutti di quella semina. L’impermanenza ci ricorda che nessuna forma è destinata a durare per sempre, ma l’interdipendenza ci insegna anche che un’azione generosa può produrre effetti che superano largamente il tempo della persona che l’ha compiuta.

Per questo desidero ricordare Vincenzo non come un uomo privo di contraddizioni, ma come una persona che seppe offrire ciò che aveva — intelligenza, capacità organizzativa, perseveranza, amicizia e risorse materiali — a una visione più grande del proprio interesse individuale. Il suo contributo alla storia del Buddhismo italiano vive nelle istituzioni che aiutò a sviluppare, ma anche nella possibilità, per tante persone, di incontrare una comunità di pratica e di scoprire un cammino di consapevolezza.

Onorare Vincenzo Piga significa, oggi, continuare a coltivare ciò in cui credette: una generosità che costruisce, un dialogo che unisce senza uniformare e una pratica spirituale capace di trasformarsi in beneficio concreto per gli altri. Se il Dharma ha potuto mettere radici in Italia, è anche perché uomini come lui hanno avuto la pazienza di preparare il terreno senza pretendere di raccogliere personalmente ogni frutto.

Con riconoscenza, per ciò che è stato seminato e per ciò che ancora potrà fiorire.

Mario Thanavaro

 

Testimonianze e fonti

Questo ricordo si avvale della testimonianza di Stefano Brunori relativa agli incontri che contribuirono alla nascita del Santacittarama; di Maria Angela Falà, autrice di «Parole per un amico», pubblicato in Dharma, n. 1 (ottobre 1999); di Mariella Castagnino, autrice di un ricordo personale di Vincenzo; e dell’intervista a Vincenzo Piga raccolta da Roberto Minganti e Fiorella Òldoini per Duemilaeuno, n. 59 (novembre–dicembre 1996), successivamente ripresa da Dharma.
Per la cronologia istituzionale: Ministero dell’Interno e legge 31 dicembre 2012, n. 245.

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